Hotel Calcutta di Sankar: un microcosmo dolce-amaro
Hotel Calcutta di Sankar non è solo la storia di un giovane che osserva il mondo dietro il bancone di una reception, ma un ritratto della condizione umana. La solitudine e l’alienazione emergono come temi centrali, ricordando che anche nei luoghi più affollati si può essere soli. Allo stesso tempo, il romanzo si fa testimone di un’India in cambiamento, combattuta tra un passato ancora vivo e un futuro incerto.

Pubblicato nel 1962 con il titolo originale Chowringhee (চৌরঙ্গী), Hotel Calcutta di Sankar è un affresco della società indiana degli anni ’50, visto attraverso le porte di uno degli hotel più lussuosi di Calcutta, lo Shahjahan. Attraverso le vicende dei personaggi, il romanzo esplora temi profondi come la solitudine, l’alienazione e il conflitto tra modernità e tradizione, offrendo una narrazione intensa e malinconica della condizione umana.
Starsene qui in piedi ore e ore di fila ad ascoltare duemila lamentele da mille persone non è certo piacevole, perciò mi consolo dicendomi che questa è una finestra sul mondo. Quante persone hanno la fortuna di starsene al bancone dello Shahjahan a vedere il mondo?
La trama del romanzo
Anni Cinquanta: Calcutta si chiama ancora Calcutta (oggi ufficialmente si chiama Kolkata) e vive gli ultimi splendori del suo recente passato coloniale. Nella “striscia d’oro”, la zona della città che gli inglesi chiamano Esplanade e gli indiani Chowringhee, il centro della vita mondana e dei grandi alberghi, si aggira Shankar, un ex babu, un giovane impiegato di un avvocato inglese dell’alta corte. L’illustre esponente del foro imperiale britannico è morto e il ragazzo si è ritrovato di colpo nel deserto di povertà e penuria da cui viene, e che credeva di essersi lasciato definitivamente alle spalle. Per allontanare lo spettro della fame, vaga per la città cercando di vendere cestini per la cartastraccia fabbricati da un giovanotto di Madras, che oltre ai cestini non possiede altro che due paia di calzoni e una sudicia cravatta.
In un giorno in cui sonnecchia al parco di Chowringhee, si imbatte in uomo dalla pelle color mogano, lucida come le scarpe che hanno ricevuto il trattamento dai lustrascarpe di Dharmataja. È il detective Byron, il grande investigatore: per lui qualunque caso, per quanto complicato o misterioso, è immediatamente “chiaro come la luce del giorno, trasparente come l’acqua”. Byron gli trova un lavoro nell’albergo più antico e prestigioso dell’Esplanade: lo Shahjahan Hotel.

Solitudine e alienazione: l’hotel come microcosmo isolato
Nonostante l’hotel Shahjahan sia un luogo di continuo via vai, in cui si incrociano persone di ogni estrazione sociale, il romanzo mostra come ogni individuo sia intrappolato nella propria solitudine. Il protagonista, Shankar, che lavora come assistente alla reception, osserva le vite di clienti e colleghi, scoprendo storie di amori irrealizzati, sogni infranti e segreti dolorosi.
Personaggi come Karabi Guha, una donna affascinante ma segnata dalla sofferenza, e Marco Polo, un enigmatico impresario di spettacoli, incarnano questa condizione di isolamento emotivo. La loro esistenza è permeata da una ricerca di connessione, ma alla fine restano prigionieri della loro stessa solitudine. L’hotel, pur essendo un luogo di incontro, diventa così un simbolo di alienazione, un microcosmo in cui si riflette la disconnessione tra gli individui.
Sata Bose, in particolare, è uno dei personaggi principali del romanzo Hotel Calcutta di Sankar. È descritto come una persona efficiente, cordiale e rispettata sia dai colleghi che dagli ospiti dell’hotel. La sua professionalità e dedizione al lavoro lo rendono una figura centrale nell’ambiente dell’albergo. Nel corso della storia, Bose sviluppa una relazione sentimentale con Sujata Mitra, un’assistente di volo che frequenta l’hotel. I due pianificano di sposarsi e iniziare una nuova vita insieme. Ma il fato non è clemente con loro. Questo evento lascia Bose profondamente addolorato, spingendolo a lasciare Calcutta per trasferirsi in Africa. Il personaggio di Sata Bose rappresenta la dedizione e la complessità delle relazioni umane all’interno dell’ambiente dell’hotel, offrendo uno sguardo sulle dinamiche sociali e personali dell’epoca.
Modernità vs tradizione a Calcutta
L’India degli anni ’50 si trova in una fase di transizione: l’indipendenza è stata conquistata, ma il paese è ancora in bilico tra il passato coloniale e il desiderio di modernizzazione. Questo conflitto si riflette nei personaggi e nelle dinamiche dell’hotel Shahjahan.
Il direttore e il personale incarnano un mondo ancora profondamente legato alle strutture gerarchiche del passato, mentre gli ospiti dell’hotel portano con sé nuovi ideali di progresso e cambiamento. Alcuni personaggi cercano di adattarsi, mentre altri si aggrappano con nostalgia a un tempo che non esiste più. Le donne, in particolare, affrontano questo dilemma: desiderano emanciparsi, ma sono ancora vincolate alle aspettative tradizionali della società indiana.
Buona lettura!
Rossana Pasian
Se vuoi saperne di più…
- Nel 1968 dal romanzo Hotel Calcutta è stato tratto un film diretto da Pinaki Bhushan Mukherjee, ed è diventato un cult in India.