“Nessuna tempesta incresperà il mio mare” di Stella Benson: la Prima Guerra Mondiale vista da un autobus londinese

Nel 1917, mentre l’Europa si dissanguava nelle trincee, una scrittrice inglese (quasi dimenticata oggi) pubblicava un romanzo che di quella guerra parlava senza mai nominarla direttamente. Si chiama Stella Benson, il libro è Nessuna tempesta incresperà il mio mare (edito in Italia da 8tto edizioni con la traduzione di Cristina Cigognini), e ancora oggi resiste a ogni tentativo di incasellamento.

Stella Benson nasce nel 1892 in una famiglia benestante dello Shropshire, e la sua è un’infanzia tutt’altro che tranquilla: passa parte della crescita tra Germania e Svizzera, mentre alle spalle i genitori vivono una separazione parecchio movimentata. Fin da bambina tiene un diario, e verso i quattordici anni comincia a scrivere poesie, cosa che al padre non va giù, tanto che le chiede di lasciar perdere, almeno per un po’. Lei, invece di fermarsi, rilancia: si mette a scrivere romanzi. Da giovane donna a Londra si avvicina al movimento per il suffragio femminile, un impegno che si sente forte in tutta la sua narrativa, e durante la Grande Guerra si dà da fare concretamente, tra lavori di giardinaggio per sostenere le truppe e assistenza alle donne povere dell’East End londinese.

Nel 1921 si trasferisce in Cina, dove ha sposato un funzionario delle dogane britanniche, e lì scrive alcune delle sue opere più mature, tra cui Tobit Transplanted, che le vale il premio Femina-Vie Heureuse nel 1932. Muore nel 1933, ancora giovane, in Indocina francese, lasciandosi dietro una manciata di romanzi che, nonostante la scarsa fama duratura, restano tra i più originali e imprevedibili del loro tempo.

La trama del romanzo Nessuna tempesta incresperà il mio mare ruota attorno a Jay Martin, ragazza di buona famiglia che nella primavera del 1916 pianta in asso la casa che divide col fratello Kew e va a lavorare come bigliettaia su un autobus a Londra. Oggi ci sembra un dettaglio minore, ma all’epoca era quasi impensabile: un lavoro del genere, per una donna del suo ambiente, semplicemente non era ammissibile. Sono gli uomini al fronte a lasciare vuoti che qualcuno deve colmare, e per la prima volta certe porte si aprono anche per le donne. Benson, che prima del conflitto aveva militato nel movimento suffragista, questo lo sapeva benissimo.

Da questo suo nascondiglio autoimposto, Jay scrive a casa lettere piene di indizi su una fantomatica “Casa sul Mare” dove si sarebbe rifugiata. Peccato che sia tutto inventato: pura fantasia di una ragazza capace di costruirsi mondi interi con la sola forza dell’immaginazione. La famiglia parte quindi per un inseguimento vano attraverso la campagna inglese; un pretesto narrativo che a Benson serve per far riflettere i suoi personaggi su classe sociale, politica, senso dell’esistenza.

Chi in Italia si è imbattuto in questo libro probabilmente lo conosce con un titolo che con l’originale ha ben poco a che fare: in inglese, infatti, il titolo è This is the end.

Non ho trovato una dichiarazione ufficiale che spieghi nel dettaglio questa scelta, quindi qui mi limito a fornire un’ipotesi. Nessuna tempesta incresperà il mio mare richiama in modo diretto il “mare” della Casa che Jay si inventa nelle sue lettere, e insieme il Mondo Segreto in cui la ragazza si rifugia per sottrarsi alla realtà della guerra e della propria famiglia. In questo senso il titolo italiano, pur allontanandosi dalla secchezza quasi minacciosa dell’originale, sceglie di mettere in primo piano non la fine ma la promessa di un rifugio inviolabile: il sogno di un luogo che nessuna tempesta, nemmeno quella della Prima Guerra Mondiale, potrà mai raggiungere.

C’è chi negli ultimi anni si è messo a recuperare Benson dall’oblio, e ha notato una cosa condivisibile: è quasi impossibile dire con certezza di che genere sia un suo romanzo. Leggendo Nessuna tempesta incresperà il mio mare non sai mai bene se stai leggendo una commedia, un dramma, una fiaba stralunata. Alla fine si giunge alla conclusione che la domanda stessa è sbagliata, perché la risata, in un modo o nell’altro, spunta sempre fuori, anche nei momenti più cupi.

Benson mette insieme arguzia brillante e malinconia: osservazioni malinconiche sulla vita, sull’amore, e soprattutto squarci di vero orrore per la Prima Guerra Mondiale, che si stava consumando proprio mentre scriveva e che si trovava nel suo momento più feroce (1916), e quella disperazione filtra sotto la superficie ironica del testo. In Benson comico e tragico non sono mai davvero due cose separate.

Benson resta un nome ingiustamente marginale nel canone del primo Novecento inglese, schiacciata tra gli autori più celebrati del Modernismo. Eppure Nessuna tempesta incresperà il mio mare ha qualcosa che secondo me merita di essere riscoperto: uno sguardo femminile e ambivalente sulla Grande Guerra, capace di tenere insieme leggerezza e disperazione senza mai risolversi né nell’una né nell’altra. È un romanzo che ti chiede di stare nell’incertezza proprio come i suoi personaggi abitano l’incertezza di un mondo che sta finendo.