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«Chiamatemi Cesare». Con l’ambizione di chi si sente destinato a segnare la storia della letteratura, un giovane studente di Lettere approda in una città del Nord, lasciandosi alle spalle affetti e sicurezze per inseguire l’ideale dell’intellettuale dannato. Il suo diario è il palcoscenico di un’auto-mitizzazione feroce: Cesare si proietta come un “nuovo vate”, un genio incompreso intrappolato in un mondo di “borghesucci” incapaci di coglierne la profondità. Attraverso una galleria di incontri, Cesare modella la propria immagine di artista maledetto, consumando relazioni e citazioni colte tra i fumi dell’alcol e la ricerca ossessiva di un destino “eccezionale”.
Ma la verità non ha una voce sola. Sibilla, incontrata tra i corridoi di una biblioteca e le ombre di un locale notturno, osserva l’uomo dietro la maschera. Mentre Cesare tenta di sfuggire a ogni legame per paura di finire “in gabbia”, Sibilla analizza con sguardo lucido e doloroso le crepe di un ego smisurato, rivelando l’insicurezza e le contraddizioni di chi scambia la codardia per libertà.
Dolori postumi è il resoconto incrociato di un’ossessione. Un viaggio nei labirinti di una mente disordinata e di un amore tossico, dove il confine tra genio e fallimento si fa sempre più sottile. Due voci, un’unica, spietata domanda: si può davvero costruire la propria grandezza sulle macerie degli altri?