Un racconto corale: “Io canto e la montagna balla” di Irene Solà

La montagna è, da sempre, alleata e allo stesso tempo nemica dell’umanità: capace di dare molto, ma anche di togliere tutto. Il romanzo Io canto e la montagna balla della scrittrice catalana Irene Solà mostra la vita sui Pirenei: è un racconto corale, dove tutto e tutti, offrono la loro visione della montagna – anche la montagna stessa.

Come le nostre Alpi, i Pirenei sono montagne di confine, condivise da Spagna, Francia e il piccolo Stato di Andorra. Questi monti sono il teatro delle vicende del romanzo Io canto e la montagna balla della scrittrice catalana Irene Solà. O meglio, sono tra i protagonisti di questa storia. Si tratta, infatti, di un romanzo corale, dove i punti di vista cambiano di capitolo in capitolo. Ognuno presenta il suo pezzo del puzzle, che racconta la vita in montagna.

Non è presente una vera e propria trama, anche se ci sono dei punti fermi della storia che collegano personaggi, animali, luoghi, natura e fantasmi. Il momento scatenante è la morte di Domènec, il poeta contadino della montagna, che viene ucciso da un fulmine. Da quel momento, si apre il ventaglio di voci che compongono il romanzo.

Il corteo mi sfila accanto, davanti c’è la bara. È davvero tragica la vita quassù. E rimango qualche istante così, sbalordito, a guardare la scena.

Un canto corale di amore e odio

Tra le schiere di personaggi che raccontano la propria esperienza e la propria visione della montagna, troviamo animali, uomini, donne, fantasmi, eventi atmosferici e piante. Tutti innamorati della montagna, ma tutti consci che essa può togliere qualcosa, la vita e l’amore soprattutto. Ci presentano un luogo difficile da vivere, che spesso mal si concilia con le vedute spettacolari che le vette e i boschi sanno offrire. Ma forse è proprio questa dualità, questa incongruenza quasi estrema che suggellano il legame delle piante, degli animali e degli uomini alla montagna.

È, inoltre, un canto corale che va oltre le epoche. Le vicende principali si svolgono nel Novecento, dalla Guerra Civile Spagnola in avanti; ma non si tratta dell’unica epoca presente. Riemergono anche epoche lontane, quasi mitologiche, certamente lontane dal mondo moderno. Questo perché la montagna è un luogo archetipo, dove i confini di passato, presente e futuro sono labili e non esattamente definiti. La montagna è luogo dell’anima e il regno della natura: il tempo degli anni e delle ore è cosa dell’umanità.

Non c’è dolore se il dolore è condiviso. Non c’è dolore se il dolore è memoria, sapere, vita. Non c’è dolore se sei un fungo!

Prosa che si fa poesia

In quanto luogo archetipo, non si può parlare attraverso la lingua “comune”. Lo stile del romanzo è molto poetico e musicale, come se fosse i personaggi utilizzassero una lingua arcaica come il luogo che abitano. Non c’è linearità, come non esiste una linearità logico-illuminista tutta umana, ma è un gioco di rimandi, come nella poesia e come il “tempo della natura”, per intenderci quello del ritorno perpetuo delle stagioni.

Si può quindi parlare di una prosa-poesia che attraversa tutti i capitoli. Anzi, in alcuni di essi ci sono poesie vere e proprie. La poesia è uno dei linguaggi artistici più antichi, e forse proprio per questo è quello privilegiato sulla montagna, il luogo dell’arcaico per eccellenza. E soprattutto si ricollega al titolo del libro: l’uomo canta, mentre la montagna (e forse per estensione la natura tutta) balla. Il momento di unione più alto, dunque, tra i due è attraverso il linguaggio poetico.

Buona lettura!

Rossana Pasian