Sesso e mito in Cesare Pavese e T.S. Eliot
Il sesso è uno dei grandi argomenti delle opere di Cesare Pavese e T.S. Eliot, in particolare Dialoghi con Leucò e The Waste Land: è sia ossessione dell’uomo contemporaneo, ma anche residuo violento dell’uomo selvaggio e primitivo.

Nei Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese si mostra come un tipo di classicista “can be classical in tendency by doing the best one can with the material at hand”[1], come affermava T.S. Eliot in un suo saggio. L’operazione che fa Pavese “non è certo rifare quelli [i miti] greci, ma seguire la loro impostazione fantastica”[2], ma egli li utilizza come “mezzo espressivo”, infatti afferma che “il mito è un linguaggio”[3], per riflettere su alcuni temi esistenziali di fondamentale importanza per lui quali la morte, il sesso, il divino e, soprattutto, il destino.
Sulla riscrittura dei miti, lo scrittore piemontese afferma che:
in ciascuno dei dialoghi con Leucò si rievoca con rapide battute dialogiche fra i due protagonisti un mito classico, veduto e interpretato nella sua problematica angosciosa ambiguità, penetrato nel suo nocciolo umano, spogliandolo di ogni bellurie neoclassica.[4]
Il suo quindi non è uno studio sui miti, ma una loro riscrittura alla luce dei problemi della contemporaneità: da qui ne escono necessariamente stravolti, a volte irriconoscibili, o più spesso non narrabili dai suoi stessi protagonisti.
Il tragico è ancora vivo nel mondo olimpico di Pavese, dove è il fato che trascina le vite degli uomini, trasformandoli in vittime della crudeltà divina. I personaggi non sono padroni del loro destino: alcuni, come Saffo, cercano di cambiarlo, ma vi rimangono avvinghiati, senza poter uscire dal dramma della loro disperazione.
La morte è fortemente legata all’Eros, che anche qui non è un’unione che ha come obiettivo la rinascita, ma come sfogo di istinti e capricci, sia da parte dei mortali che delle divinità. Pavese sembra far parte di quella schiera di uomini della Waste Land mostrati da T.S. Eliot, per cui il sesso è ormai ossessione, e vuoto dell’antico significato di rinascita.
Nonostante siamo in un mondo governato dalla legge, una parte dell’uomo selvaggio sopravvive, Dioniso, come diceva Jane Ellen Harrison, si contrappone ad Apollo, rendendo il sesso un evento selvaggio e al di sopra di tutto.
L’ossessione del sesso
Tiresia, nel dialogo I ciechi, in cui discute con Edipo che ancora non è a conoscenza della verità su se stesso e Giocasta, afferma che “non c’è dio sopra il sesso” poiché “è nato prima del tempo, come tutte le cose del mondo che neppure gli dèi possono mutare, perché sono più antiche di loro”[5]; ha sperimentato, grazie ala sua condizione di passaggio tra un sesso e l’altro, tutta la forza della sessualità, ma che poi scopre essere “vana fatica”. “Tiresia ritiene che ogni evento sia solo «qualcosa» che è accaduto, ma per questo riduce le cose esclusivamente a un «urto», a una apparenza senza nome e senza fondo”[6], senza un dio e una legge che controlli sesso dunque.
Come se anche qui si immedesimasse nella tipografa, il sesso per il Tiresia pavesiano è qualcosa di cui alla fine si dice “I’m glad it’s over”, ma allo stesso tempo è un’ossessione in cui l’uomo cade quando “ha toccato la roccia”, e non può più farne a meno e diventa “onnipresenza sotto tutte le forme”, infatti racconta la sua esperienza di uomo e di donna dicendo:
da uomo a donna, e viceversa (sett’anni dopo rividi i due serpi), quel che non volli consentire con lo spirito mi venne fatto per violenza o per libidine, e io, uomo sdegnoso o donna avvilita, mi scatenai come una donna e fui abbietto come un uomo, e seppi ogni cosa del sesso: giunsi al punto che uomo cercavo gli uomini e donna le donne[7]
In queste parole c’è lo spettro della “volgarità animalesca” rappresentata da Sweeney e da Mrs Porter in The Waste Land: questo Tiresia unifica in sé i due personaggi eliotiani, cercando il sesso più volgare e squallido in ogni suo incontro, dimentico della funzione primaria dell’unione sessuale, la nascita, scatenando semplicemente la libidine e la violenza; oppure come Mr Eugenides, si unisce anche in rapporti omosessuali, ovviamente sterili.
Non bisogna dimenticare però che inizialmente per Tiresia il sesso è “disgusto” e “fastidio”, ma che toccando la roccia, diventando quindi adulti, se ne fa conoscenza e scompare quel senso di estraneità da esso, però resta la “vana fatica”. Tiresia è “simbolo dell’umanità affrancata” dal destino e dal primitivo “ha toccato la roccia, è sceso fin negli abissi della conoscenza del destino, e ne è rimasto accecato”[8].
“Ti sei mai chiesto, Edipo, perché gli infelici invecchiando si accecano?”[9]: solo i ciechi, solo chi ha toccato la roccia ed è quindi sceso negli inferi della propria mente ha conoscenza del destino e dell’equivocità del sesso.
Come già in Eliot, Tiresia simboleggia, uomo, tutti gli uomini; donna, tutte le donne: assommando in sé la totalità dell’esperienza umana. Ma Tiresia non comunica – o non è in grado di comunicare – agli altri uomini la via seguita per affrancarsi dal destino.[10]
Al suo interlocutore Edipo, Tiresia non spiega come fuggire il destino e quale esso è, ma ne preannuncia il finale tragico, lasciando che sia egli stesso a essere sopraffatto dalla roccia, cioè dal “destino nelle sue forme più violente”[11].
Sesso e violenza
Il sesso, in particolare quello violento, è protagonista del dialogo Schiuma d’onda: qui anche la ninfa Britomarti ha cercato la morte, o meglio una metamorfosi, per sfuggire al tentativo di stupro da parte di Minosse, “spiccai il salto, per salvarmi”[12] dice. Filomela in The Waste Land era stata stuprata, mentre Britomarti riesce a sfuggire a quella violenza, ma entrambe subiscono una trasformazione dopo un episodio di sessualità violenta.
Nel mito di Britomarti, Minosse venne preso da un desiderio fortissimo di possedere la ninfa, la quale però fuggì per poter preservare la sua verginità; il re però non desistette, e inseguì Britomarti per nove mesi, finché ella esasperata si buttò in mare, trasformandosi da ninfa dei boschi a ninfa del mare[13].
Sia Filomela in Eliot che Britomarti in Pavese vengono liberate in qualche modo grazie alla loro metamorfosi: la prima ri-ottiene la voce, la libertà di parlare, l’altra di vivere senza nascondersi.
Nell’introduzione al dialogo, Pavese nomina altre figure femminili morte o trasformate a causa del sesso o della libidine degli uomini: “è necessario fare i nomi di Ariadne, Fedra, Andromaca, Elle, Scilla, Io, Cassandra, Medea? […] vien da pensare che sia tutto intriso [il mare] di sperma e di lacrime”. Le loro trasformazioni sono meno poetiche di quelle di Britomarti e Filomela, ma hanno in comune una metamorfosi verso il bestiale che le rende altro: ad esempio, Medea uccide i figli dopo il tradimento di Giasone, come Procne uccide il figlio Iti; Scilla venne trasformata in mostro; Cassandra invece venne condannata a restare inascoltata, come Filomela non poteva essere ascoltata in quanto muta.
La violenza e il sesso, due tratti della “vita dionisiaca”, cioè del selvaggio sopravvissuto alla legge degli dèi olimpici (e degli uomini), che non sanno rinunciare all’irrazionale e al primitivo, dal quale comunque, Pavese dice, “non si sfugge”[14].
Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.
[1] T.S. Eliot, Ulysses, order and myth, http://people.virginia.edu/~jdk3t/eliotulysses.htm, 1923, aggiornato 2013.
[2] Pavese cit. in Barsacchi, Il sorriso degli dèi. Cesare Pavese tra mito e realtà, Roma, ed. Jouvence, 2005.
[3] Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglieminetti e L. Nay, Torino, ed. Einaudi, 1952 [reprinted 2000].
[4] Pavese cit. Capasa, “Mito come storia nella genesi dei Dialoghi con Leucò”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia – Bari, numero XLV, anno 2002, p. 327.
[5] Barsacchi, id., p. 58.
[6] Capasa, id., p. 332.
[7] La luna e i falò, Torino, ed. Einaudi, 1950 [reprinted 2005], pag 22.
[8] Cillo, Cillo G., La distruzione dei miti. Saggio sulla poetica di Cesare Pavese, Firenze, Nuovedizioni Vallecchi, 1972, p. 165.
[9] Pavese, id., p. 23.
[10] Cillo, id., p. 166.
[11] Cillo, ibidem.
[12] Pavese, id., p. 47.
[13] Alcune versioni del mito dicono che venne salvata da una rete di pescatori e successivamente trasformata in divinità per intervento della dea Artemide.
[14] Pavese, id., p. 301.