Riscrivere il mito greco: “Dialoghi con Leucò”

Uno dei testi più importanti della produzione di Cesare Pavese è Dialoghi con Leucò, dove lo scrittore piemontese va a riscrivere il mito greco, ma alla luce della contemporaneità: in questi ventisette dialoghetti i riti di fertilità sono ancora compiuti, ma qualcosa sta cambiando, l’umano sta diventando altro, e si sta lasciando lentamente indietro il suo passato.

Dialoghi con Leucò è un’opera pubblicata nel 1947, composta da ventisette dialoghetti indipendenti tra di loro, in cui gli interlocutori, sempre due personaggi e prevalentemente presi dalla mitologia greca, parlano e riflettono sulla morte, sul destino e sulla vita. In quest’opera l’autore piemontese tenta “di applicare il metodo mitico, per così dire, all’inverso: non leggendo i problemi contemporanei alla luce del mito, ma riscrivendo il mito greco alla luce della contemporaneità[1]. Come ogni opera, anche il mito deve essere interpretato di nuovo ed esplode in svariate letture nuove, “un mito […] non ha mai un significato univoco […] che, a seconda del terreno dell’umore che l’avvolge, può esplodere nelle più diverse e molteplici fioriture”[2].

È un esperimento nuovo per Pavese, considerato fino ad allora un narratore solamente realista, nei Dialoghi si scopre “un nuovo aspetto del suo temperamento”[3]; Pavese spiega nella sua presentazione all’opera la genesi dei dialoghetti dicendo che l’autore

ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l’assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po’ straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi Dialoghi.[4]

Continua nei Dialoghi la dicotomia tra il contemporaneo e le forze primordiali che ancora vivono nella mente dell’uomo: i dialoghetti rappresentano “un colloquio tra il divino e l’umano”[5] che non può più avvenire. Qui i riti si compiono ancora, ma iniziano a perdere il loro significato originario: “la vicenda […]s’inserisce in un punti nodale della storia dell’uomo: cioè nel momento in cui egli, dalle tenebre della preistoria, si affaccia ai primi barlumi della storia, attraversando la protostoria”[6].

Durante la stesura dei Dialoghi, Pavese rilesse Frazer, e proprio da lui riprese i riti e i miti che incontriamo nell’opera. Come prima, solo alcuni dialoghi, cioè quelli di nuovo in cui possiamo incontrare elementi che ricordano il poemetto di Eliot.

Lo spirito del grano

Il primo dialogo in cui si sente molto forte l’influenza dall’antropologo inglese è L’ospite[7]; il dialogo ha come protagonisti Ercole e Litierse, dove quest’ultimo pretende di uccidere l’eroe per eseguire un rito di fertilità per far crescere rigoglioso il campo. Questa vicenda “si presenta come rielaborazione della lettura frazeriana della leggenda di Lytierse, nel capitolo del Ramo d’oro sull’uccisione dello spirito del grano”[8]. Frazer ci spiega che questa leggenda deriva da un antichissimo rito frigio in cui veniva ucciso uno straniero dopo una gara di mietitura nel caso avesse perso, il corpo avvolto in un covone e gettato nel fiume; Litierse, re della frigia, verrà alla fine ucciso da Ercole che lo vincerà nella gara.

La figura del re e il rito a lui connesso, ricorda molto da vicini quello dei fertility gods incontrati in Eliot; Frazer stesso afferma che Attis, altra divinità che avevamo collegato al one-eyed merchant, “può essere considerato […] identico a Lityerse”[9]. Quello che sembra avvenire è uno scontro tra il vecchio mondo della ritualità e il nuovo mondo dei riti degradati.

Litierse sa che “se non nutri la terra, come puoi chiederle che nutra te?”[10] e alle critiche e alle domande di Ercole, il re ribatte “tu non sei contadino”, come se si rendesse conto che l’eroe non può capire i loro costumi e riti perché non fa più parte del loro mondo; Ercole chiede “ma non sarebbe più giusto trovare il modo di por fine alle uccisioni e che tutti, stranieri e paesani mangiassero il grano?”[11] che tradisce un pensiero moderno di legge fuori dal selvaggio, il suo sentimento contemporaneo proibisce l’omicidio.

Nel mondo preistorico di Litierse il sacrificio umano è la regola, ma in quello della civiltà non riesce si più a coglierne il senso e vuole eliminarla sostituendoli con qualcosa di più “giusto”, ma in questo modo il rito verrebbe denigrato appunto, portando alla sua inevitabile scomparsa nel mondo quotidiano; “il ‘selvaggio’ è dunque confinato nel passato”[12].

Come si è detto, la testa della vittima veniva buttata in acqua, “conserviamo la testa sanguinosa avvolgendola in spighe e fiori, e tra canti e allegrie la gettiamo nel Meandro”[13], come avveniva con alcuni dei fertility gods; sembra un ritorno alla death by water che aveva caratterizzato le prime quattro sezioni di The Waste Land. Per Litierse però l’acqua è ancora rigeneratrice, il rito è ancora intatto.

In questa protostoria, nel passaggio da primitivo a civiltà, da ctonio a olimpico, i riti sono compresi da alcuni, come Litierse: egli infatti vede nella death by water non un finale sterile della vita, come quello di Phlebas, la cui morte è inutile, ma è ancora un principio, un momento di passaggio che porta a rinascita; questa morte sacrificale, dunque, è necessaria, nel mondo di Litierse, per dare avvio al processo rigenerativo di aprile, in cui il re e la sua generazione crede ancora.

La morte per acqua e il fuoco pavesiani

Un altro accenno all’acqua in grado di ridare la vita si trova nel dialogo Schiuma d’onda, tra Saffo, appena suicidatasi, e la ninfa Britomarti. Qui la poetessa afferma che “il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo”[14] e la ninfa le risponde “tutto muore nel mare, e rivive”[15]. Saffo sembra essere una degli abitanti della Waste Land, che vogliono e cercano la morte, “cercate la morte”[16] gli dice la ninfa, ma si sono dimenticati che l’acqua è ritualmente portatrice di rinascita “credevo che tutto finisse con l’ultimo salto”[17]: essendo ancora in un periodo di passaggio dell’umanità, la divinità afferma ancora che l’acqua ha il suo potere rigeneratrice, gli uomini però pian piano se ne stanno allontanando, e Saffo avverte questo cambiamento e sa che prima o poi l’acqua diventerà solo elemento di morte.

Nel dialogo I fuochi[18] ritorna il tema delle feste del fuoco già visto nella poesia Paesaggio [I]. I due interlocutori in questo caso sono padre e figlio, che stanno preparando dei falò per chiedere agli dèi di portare la pioggia; al contrario di quello che accadeva in Eliot, il padre sa che la pioggia è fondamentale per la vita, non arreca morte e che cadrà anche grazie al rituale che sta compiendo, mentre in The Waste Land la pioggia non sarebbe caduta[19] e l’acqua anzi era solo veicolo di morte.

Siamo in un mondo che ha ormai superato la preistoria, in cui i falò sono un rito che “si fa tanto per fare”[20] come dice il padre, il quale contemporaneamente ha ancora fiducia in questi riti, “questo fuoco che brucia allontani i malanni e, come si copre di spire di fumo, ci copra di nubi […] Basta che uccidano il vitello nelle grosse masserie. Se piove, piove dappertutto”[21]. Il fuoco, come per i contadini della poesia Gente che c’è stata, è per il padre purificazione, il principio di qualcos’altro: egli è ancora legato al passato primitivo, e per questo ne accetta i riti; il figlio invece non vi è più legato e non li comprende più, come gli abitanti della Waste Land, il loro significato.

Il figlio, come Ercole con Litierse, lo incalza di domande e pone dubbi sulla cattiveria dell’uomo: “che bisogno hanno che si bruci gente viva?” e “fanno bene gli dèi a guardarci patire. Siamo tutti cattivi”[22]. Anche in questo caso, il padre gli risponde che è “ignorante”: sia Ercole che il figlio sono usciti dal vecchio mondo contadino e non possono più considerare propri i riti dei loro padri.

Dioniso e Gesù

Il dialogo Il mistero ha come protagonisti Demetra e Dioniso, rispettivamente divinità del grano e del vino; a causa loro, veniamo a sapere dalle loro parole, gli uomini si uccidono e sono selvaggi, poiché “visto che tanto son mortali, dànno un senso alla vita uccidendosi”[23]. Gli dèi invidiano la morte degli uomini, perché è la loro ricchezza e “Tutto quello che toccano diventa tempo. Diventa azione. Attesa e speranza. Anche il loro morire è qualcosa”[24]. Ma Dioniso sa già che riconducendo grano e vino alla vita eterna, essi saranno ricondotti alla carne e al sangue, così che la violenza non cesserà “ma una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna, sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino? Carne e sangue, come adesso, come sempre”[25], ma servirà a “raggiungere l’eterno che li aspetta”[26].

Demetra vuole raccontare ciò che sarà poi la storia cristiana di Gesù, ma Dioniso sa già che non cambierà la sostanza dell’uomo: pagano e cristiano si assomiglieranno necessariamente, perché le religioni umane nascono dagli stessi archetipi mentali. Questo è il discorso che pervade tutta l’opera di Eliot, in cui il pagano e il primitivo sono costantemente mescolati con il cristianesimo, tanto che si confondono e se ne scorge la base comune: succedeva con l’accavallarsi dei fertility gods, tutti riconducibili alla figura di Cristo, oppure con la leggenda del Fisher King, fusione di miti con origine nell’antico Egitto e culminati nella versione cristiana del Graal.

L’ultimo dialogo, Gli dèi, è completamente diverso, sembra più una riflessione sulla mitologia, in cui “gli interlocutori sono anonimi, appartengono al nostro tempo, e guardano da lontano alle esperienze e alle emozioni degli antichi. Emozioni non più ripetibili”[27]. È l’ennesima constatazione che il passato selvaggio è superato, che è irrecuperabile il senso e il significato “di quei loro incontri” e dei loro riti; nonostante ciò non possiamo negare la loro realtà e bisogna allora accettarli come una tangible entity di cui non possiamo più far parte.

Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.

[1] Fabio Dei, La discesa agli inferi, Lecce, Argo, 1998 , p. 389.

[2] Cesare Pavese, “Il mito, del simbolo e d’altro”, p. 151.

[3] Cesare Pavese, “Presentazione”, Dialoghi con Leucò, Torino, ed. Einaudi, 1947 (riedizione 1999).

[4] Pavese, id., p. 3.

[5] Pavese, id., p. 322.

[6] Giovanni Cillo, La distruzione dei miti, Firenze, Nuovedizioni Vallecchi, 1972, p. 161.

[7] Pavese, “L’ospite”, in id.

[8] Dei, id., p. 389.

[9] Frazer, id., p. 695.

[10] Pavese, id., p. 89.

[11] Pavese, id., p. 91.

[12] Cillo., id., p. 137.

[13] Pavese, id., p. 90.

[14] Pavese, id., p. 47.

[15] Pavese, ibidem.

[16] Pavese, ibidem.

[17] Pavese, ibidem.

[18] Pavese, “I fuochi”, id.

[19] Cfr. quinta sezione poemetto.

[20] Pavese, id., p. 95.

[21] Pavese, ibidem.

[22] Pavese, id., p. 97-98.

[23] Pavese, id., p. 152.

[24] Pavese, id., p. 151.

[25] Pavese, id., p. 154.

[26] Pavese, ibidem.

[27] Marco Barsacchi, Il sorriso degli dèi, Roma, ed. Jouvence, 2005, p. 6.