Perché usiamo la lettera H?

In italiano la lettera H è muta. Ma come ci è finita nel nostro alfabeto? E, benché muta, è utilissima per la nostra lingua scritta. Scopriamo tutto su questa particolare lettera!

Quando ascoltiamo non la sentiamo e quando parliamo non ci rendiamo conto di pronunciarla: sto parlando della lettera H (acca), l’ottava dell’alfabeto latino e italiano. Tra l’altro, la parola acca in italiano significa nulla o niente. Eppure, questa lettera è fondamentale per la nostra lingua, soprattutto per quanto riguarda lo scritto: senza di essa, infatti, non potremmo scrivere certi suoni e avremmo dei problemi a distinguere certe parole. Non avendo un valore fonologico, in italiano rappresenta un segno diacritico, cioè aggiunto a una lettera per modificarne la pronuncia o per distinguere il significato di parole simili.

La storia della lettera H è molto lunga, e nel passato, cioè nelle lingue da cui deriva l’italiano, rappresentava un suono, che si è poi perduto.

L’utilizzo dell’acca

Come si utilizza la lettera acca? Il primo, e quello che sembra il più ostico per molti scriventi, è con il verbo avere nel presente indicativo: la lettera H serve per differenziare alcune voci dell’indicativo presente da altre parole della lingua.

  • Ho: prima persona singolare; O: oppure
  • Hai: seconda persona singolare; AI: preposizione articolare a + i
  • Ha: terza persona singolare; A: preposizione semplice
  • Hanno: terza persona plurale: Anno: periodo temporale di 12 mesi

L’altro utilizzo, forse ancora più importante del precedente, è con C e G, per indicare la pronuncia “dura” delle due lettere quando seguite dalle vocali I ed E.

L’ultimo utilizzo in italiano è in interiezioni brevi, quali: ahimè, ahi, ohibò, beh, ehm eccetera. Possiamo trovarla anche in alcuni toponimi e cognomi italiani, probabilmente un’eredità (sempre muta) del latino o di antiche forme dialettali.

L’origine della lettera H

La lettera deriva dalla heth fenicia, che indicava un’aspirazione, ed era rappresentata come una H “chiusa” anche sopra e sotto. Passa poi al greco come lettera heta, scritta come una sorta di H tagliata a metà per verticale, per poi scomparire; fa in tempo ad arrivare nell’alfabeto latino, nella grafia che tuttora utilizziamo.

In lingua latina si trattava di una fricativa glottale sorda, quindi corrispondeva molto probabilmente al suono aspirato inglese (house, hope eccetera). Questo suono sparì dall’italiano, resistendo solo in qualche dialetto, come il Toscano, ma mai più scritto con l’acca.

La lettera H rischiò di sparire tra Quattrocento e Cinquecento, sotto la spinta di diversi intellettuali, ma alla fine resistette. Di nuovo, nel Seicento ci si tornò a chiedere, per quanto riguarda l’utilizzo nel verbo avere, se non fosse meglio utilizzare l’accento, come già capita in altri casi, per distinguere le parole. Questa idea tornò in auge nell’Ottocento e divenne quasi obbligatoria in periodo fascista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le forme accentate sparirono pian piano (ma io le ho ancora trovate in un diario delle elementari!), e oggi le uniche accettate sono quelle con la lettera H.

Alla fine ha vinto lei! Brava acca!

Rossana Pasian