Madame Bovary, c’est moi! E noi tutte.
È stata una lettura lenta, ma piena di emozioni: Madame Bovary è un libro che va assaporato con la dovuta calma, senza fretta di arrivare la finale. Così come scorre la vita della protagonista. Leggendo i suoi tormenti, spesso mi sono ritrovata a pensare, come d’altronde aveva detto lo stesso Flaubert: Madame Bovary, c’est moi! E noi tutte.

Ci sono dei classici senza tempo, che non invecchiano mai. Uno di questi è Madame Bovary, romanzo di Gustave Flaubert pubblicato nel 1856. Lo scrittore, dopo la prima uscita a puntate, fu accusato dai pubblici inquirenti del Secondo Impero (quello di Napoleone III, per intenderci) di immoralità e oscenità, a causa del contenuto del romanzo. Questo portò a un processo ne 1857, che però ebbe come conseguenza quello di rendere la storia ancora più famosa, cosa che fece aumentare le vendite e la curiosità. Nel giro di un mese, alla fine, Flaubert fu assolto da tutte le accuse.
Si tratta di un romanzo incredibile sotto molti punti di vista, soprattutto linguistici e stilistici: Flaubert era un perfezionista, e nemmeno una virgola è stata lasciata al caso. Si tratta, dunque, di un romanzo minuziosamente lavorato.
Vorrei però concentrarmi su altro, sulla protagonista Emma Bovary. È la moglie di un medico di provincia, la quale allaccia relazioni extraconiugali e vive al di sopra delle proprie possibilità economiche per sfuggire alla noia e alla banalità della vita di provincia. Raccontata così, Emma sembra un personaggio profondamente negativo, ma la realtà è molto più complicata di quel che sembra.
Lei desiderava un bel maschio; sarebbe stato grande, grosso e bruno; lo avrebbe chiamato Georges, e in quest’idea di avere un figlio, non una figlia, vagheggiava la rivincita su tutte le sconfitte del passato. Un uomo, almeno, è libero; può passare attraverso le passioni e i paesi, superare gli ostacoli, gustare le più remote felicità. Ma una donna è continuamente frustrata. Inerte e flessibile insieme, ha contro di sè le debolezze della carne come le schiavitù del codice. La sua volontà, come il velo del suo cappello trattenuto da un cordoncino, palpita a ogni vento; c’è sempre quelche desiderio che la trascina, c’è sempre qualche convenienza che la trattiene.
Ogni donna è Emma Bovary
Emma Bovary appare come una ragazza frivola, fortemente influenzata dai romanzi d’amore e d’avventura che legge assiduamente. Ma, pensandoci bene, cos’altro poteva fare una donna di metà Ottocento? La sua è una vita infelice, perché non può raggiungere e ottenere ciò che vuole: è una donna, il suo destino è quello di moglie e madre, senza via d’uscita. Flaubert non biasima Emma, ma critica, a volte fortemente, la provincia borghese che opprime la protagonista.
Siamo tutte Emma Bovary: quante di noi, in una certa misura, sono state oppresse dalla società che ci richiedeva di rinunciare a noi stesse per entrare in ruoli prestabiliti? Quante volte, quando abbiamo tirato su la testa per autodeterminarci, siamo state denigrate o addirittura fermate? Troppe, sicuramente.
Non siamo più ai livelli dell’Ottocento, per fortuna. Emma Bovary non può decidere nulla della propria vita: il marito sceglie dove andare, come vivere e chi frequentare. Una donna non dovrebbe avere una propria carriera e deve dedicarsi solo a passatempi considerati adeguati per una signora, e l’unico che Emma davvero ama è la lettura, in cui si rifugia completamente. Il margine di libertà personale è davvero limitato.
È abbastanza normale, dal mio punto di vista, che Emma a un certo punto esploda; però sbaglia e manda in rovina la propria famiglia. Quella di Emma è una vita segnata dal dolore, dall’essere ingabbiata in un ruolo obbligato che non le si addice. Come Flaubert, non dobbiamo biasimarla, ma metterci nei suoi panni e chiederci che cosa avremmo fatto noi al suo posto.
Buona lettura!
Rossana Pasian
- Autore: Gustave Flaubert
- Titolo: Madame Bovary
- Casa editrice: Garzanti, edizione 1986
- Titolo originale: Madame Bovary. Mœurs de province
- Traduttore: Oreste Del Buono
- Lingua originale: Francese
- Prima edizione originale: «La Revue de Paris», 1856