La frutta proibita di Dorimare: “Lud nella Nebbia” di Hope Mirrlees
Frutta fatata, borghesia razionalista e una scrittrice dimenticata dal tempo: tutto quello che si nasconde dentro Lud nella Nebbia di Hope Mirrlees, un libro che merita finalmente di essere letto.

C’è una città immaginaria chiamata Lud nella Nebbia, capitale della piccola nazione di Dorimare, che confina a ovest con il Paese delle Fate. È una città ordinata, prospera, governata da una borghesia pragmatica e soddisfatta di sé, che ha voltato le spalle a tutto ciò che non si può pesare, misurare o portare in tribunale. Le fate non esistono – o meglio, è come se non esistessero, perché nessuno ne parla, nessuno le nomina, e la legge proibisce severamente il commercio della frutta che cresce nei loro territori. Dorimare funziona, ed è esattamente per questo che qualcosa, prima o poi, dovrà rompersi.
Lud nella Nebbia (Lud-in-the-Mist, 1926), edito in Italia da Cliquot, è il romanzo con cui Hope Mirrlees – scrittrice scozzese, poetessa, traduttrice, amica di Virginia Woolf e figura di spicco del Modernismo letterario – ha costruito uno dei mondi immaginari più riusciti della letteratura del Novecento. Un libro che per decenni è rimasto nell’ombra, letto solo da pochi appassionati, e che oggi viene riconosciuto come uno dei capostipiti del fantasy letterario di qualità.
Un mondo costruito ai margini
Dorimare è una nazione di confine, nel senso più letterale e più metaforico del termine. A est si apre sul mare, verso il commercio e la modernità; a ovest c’è la Frontiera, oltre la quale si estende il Paese delle Fate, un territorio che nessun cittadino rispettabile nomina, che non compare sulle mappe ufficiali, e che pure esercita una presenza costante, come un rumore di fondo che non si riesce a smettere di sentire.
Il protagonista è Nathaniel Cantachiaro, notaio e sindaco di Lud nella Nebbia, uomo mite e ansioso, afflitto da una paura senza nome che lo accompagna da sempre e che non sa come chiamare. È un antieroe perfetto: non è coraggioso, non è visionario, non aspira a nessuna avventura. Vorrebbe solo che tutto rimanesse al suo posto. E invece il mondo intorno a lui comincia lentamente a sgretolarsi: giovani che si comportano in modo strano, figlie di buona famiglia che spariscono, frutta proibita che circola tra la gente nonostante il divieto, e quella nebbia che avvolge la città e dissolve i contorni delle cose.
Mirrlees costruisce Dorimare con la precisione di un miniaturista: le istituzioni, le usanze, i cognomi stravaganti dei cittadini, la storia della nazione con le sue rivoluzioni e i suoi miti fondativi. Tutto ha una consistenza, una logica interna, una coerenza che rende il mondo credibile anche quando vi irrompe l’inspiegabile. È questa la caratteristica che distingue il fantasy letterario dal fantasy di genere: la cura con cui il meraviglioso viene radicato nel reale.
Il sapore dell’Altrove
Al centro del romanzo c’è la frutta fatata: misteriosa, illegale e, agli occhi dei rispettabili abitanti di Lud nella Nebbia, pericolosa. Chi la mangia cambia, perde qualcosa di sé o forse lo ritrova: ride e piange senza motivo, vede cose che gli altri non vedono. Diventa inutile alla società produttiva di Dorimare.
Il divieto sulla frutta fatata non è mai spiegato nei termini di una legge morale esplicita: è piuttosto un tabù sociale, qualcosa che la gente per bene non fa perché la gente per bene non lo fa. Mirrlees lavora qui con grande sottigliezza, perché non ci dice che il Paese delle Fate è pericoloso, piuttosto ci mostra una società che ha deciso di credere che lo sia, e che ha costruito tutta la propria identità su questa rimozione. Dorimare non ha bandito le fate perché le fate sono cattive nel vero senso della parola. Le ha bandite perché le fate sono incomprensibili, e l’incomprensibile è una minaccia per chi ha fatto dell’ordine il proprio valore supremo.
La frutta potrebbe quindi essere una metafora del desiderio represso. È ciò che non si può volere, ciò che non si dovrebbe nominare, ciò che eppure continua a esistere nei sogni e nelle leggende. In questo senso il romanzo anticipa in modo sorprendente alcune categorie della psicanalisi applicata alla cultura: il rimosso non sparisce, e quando riemerge lo fa con tutta la forza accumulata durante gli anni di silenzio.

Ma la frutta fatata è anche qualcosa di più specifico: è l’arte. Non a caso Mirrlees intreccia nel romanzo il tema della musica e della letteratura, le ballate antiche che parlano del Paese delle Fate, le storie che i bambini non dovrebbero sentire, le canzoni che si tramandano di nascosto. La cultura proibita come contrabbando: un’immagine che nel 1926, nell’Europa tra le due guerre, aveva una risonanza politica precisa, anche se Mirrlees non la esplicita mai.
C’è infine una terza lettura, la più ampia: la frutta fatata come rappresentazione dell’irrazionale in senso lato, di tutto ciò che sfugge al controllo della ragione illuminista e borghese. Dorimare è una società che ha scelto il disincanto weberiano come forma di governo, e che paga questo disincanto con una sorta di povertà interiore diffusa, una malinconia di fondo che nessuno sa nominare. La frutta proibita è il ritorno del sacro, del perturbante, di quella dimensione verticale dell’esperienza umana che la modernità ha cercato di razionalizzare senza mai davvero riuscirci.
Mirrlees non prende partito in modo esplicito. Non ci dice che Dorimare sbaglia, né che il Paese delle Fate è un posto dove si vorrebbe andare. Tiene tutto in equilibrio, con un’ironia levissima che è forse la sua qualità stilistica più straordinaria: sorride del razionalismo di Dorimare senza disprezzarlo, mostra l’attrazione dell’Altrove senza romantizzarlo. Il risultato è un romanzo profondamente ambiguo, nel senso migliore del termine: un libro che non si lascia ridurre a una morale, e che per questo continua a risuonare.
Le scrittici che non ci sono state restituite
Hope Mirrlees aveva trentadue anni quando pubblicò Lud nella Nebbia. Era una donna colta, inserita nei circoli letterari più vivaci della sua epoca: frequentava Virginia Woolf, leggeva in greco e in russo, aveva già pubblicato una raccolta di poesie e un romanzo. Eppure dopo il 1926 non scrisse più narrativa.
Non è una storia insolita, è anzi una storia che si ripete con una frequenza che dovrebbe scandalizzare e che invece viene accettata come normalità: la storia di una scrittrice che scrive un’opera straordinaria, che per qualche tempo viene letta e apprezzata, e che poi per ragioni che hanno più a che fare con il genere, con il mercato, con i meccanismi di formazione del canone che con la qualità del testo sparisce. Non viene ristampata, non entra nelle antologie, non viene citata nei manuali, e alla fine viene semplicemente dimenticata.
Il canone letterario non è neutro, ma è il risultato di scelte che per secoli sono state fatte quasi esclusivamente da uomini, con criteri che riflettevano inevitabilmente una prospettiva maschile su cosa conta e cosa no, cosa dura e cosa passa. Le scrittrici che ne sono rimaste fuori non sono necessariamente meno brave: sono semplicemente quelle su cui nessuno ha investito il proprio capitale simbolico nel momento in cui il capitale simbolico si distribuiva. Ne avevamo parlato qui.
La riscoperta di Mirrlees – avvenuta in gran parte grazie a Neil Gaiman, che ha parlato di Lud-in-the-Mist come di uno dei suoi libri preferiti in assoluto – è una buona notizia. Ma è anche, in qualche modo, una notizia parziale: perché suggerisce che per essere recuperata, una scrittrice dimenticata ha bisogno che qualcuno potente decida di ricordarla. Il meccanismo della riscoperta riproduce, in fondo, lo stesso problema che ha prodotto la dimenticanza.
Quante Hope Mirrlees non hanno ancora incontrato il loro Neil Gaiman? Quanti romanzi straordinari giacciono fuori catalogo e non discussi perché nessuno con abbastanza visibilità si è ancora preso la briga di indicarli? La risposta è: molti.
Buona lettura!
Rossana Pasian