La caduta dei miti: l’irrazionalità dell’Antica Grecia
Sorpresa: l’Antica Grecia non ha basi razionali, ma affonda le sue radici in riti primitivi di fertilità, come moltissime altre civiltà in giro per il mondo. È stato il saggio The Golden Bough di James G. Frazer a provocare questo “terremoto antropologico”. Lo studioso ha utilizzato quello che T.S. Eliot chiama mythical method: manipolare un continuo parallelismo tra il mondo contemporaneo e il mondo antico.

Subito dopo la pubblicazione di The Golden Bough di James G. Frazer, si accese un grande dibattito antropologico che investì tutti gli intellettuali dell’epoca, toccando anche i classicisti inglesi. Fino ad almeno venti anni prima della pubblicazione dell’opera di Frazer, la civiltà e la religione greche, in particolare quelle dell’Atene di Pericle, erano idealizzate come “clear light and truth and reason and order and symmetry and the harmony of the heavenly bodies and all the supposed Greek virtues”[1].
È con Nietzsche che la visione così positiva e idealizzata della Grecia classica e razionalista inizia a sgretolarsi; il filosofo tedesco infatti afferma che il razionalismo olimpico rappresenta solo una parte della religione greca, l’altra è espressa dal culto primitivo e violento di Dioniso[2]. Da questo momento, molti studiosi iniziano a riconsiderare l’origine della tradizione e della mitologia greche, non come il frutto della razionalità umana, ma come l’evoluzione di antichi riti primitivi.
Ma il lavoro che segna un cambiamento netto di rotta negli studi sull’ellenismo è, appunto, l’opera di Frazer, grazie alla quale avviene una “svolta antropologica”: la civiltà greca viene introdotta nella linea evoluzionistica delle società umane che porta dal primitivo al mondo civilizzato; la Grecia perde il suo antico prestigio, se non quello della “capacità di passare dalla magia al pensiero razionale”[3], cioè di aver attraversato tutte le fasi dell’evoluzione della civiltà dal primitivo alla barbarie e infine alla civiltà razionale, fatto non riscontrabile in tutte le culture, e diventa una civiltà tra le tante che la storia ha visto, confrontabile con quelle che al tempo erano definite “lower races”, cioè tribù o etnie non attraversate dalla civilizzazione occidentale.
In Frazer “i Greci erano in un certo senso immersi nel complesso delle testimonianze antropologiche, anche se trattati con un occhio di riguardo”[4]; nella sua opera userà quello che T.S. Eliot definirà “mythical method” e che metterà in pratica lo stesso poeta in The Waste Land: “per lui tra il ‘dying god’ delle religioni primitive e classiche e il Cristo morente c’era solo una differenza di rituale e di apparato teologico, nella sostanza erano la stessa cosa”[5].
I Ritualists at Cambridge
In questo contesto, si inseriscono i Ritualists at Cambridge, una triade formata da Jane Harrison, Gilbert Murray e Francis Cornford, “uniti dalla comune vocazione di scoprire le ‘origini’ della cultura greca con l’aiuto dell’antropologia, applicando il lavoro che Frazer aveva fatto su vasta scala per la storia della cultura in ambiti più circoscritti”[6]. Il loro intento era quello di “primitivizzare” il mondo classico, seguendo la via inaugurata da Frazer; “la loro tesi centrale […] è che il dramma ha avuto origine non da una creazione estetica ‘pura’, ma da riti magici di fertilità e rinnovamento, praticati nel quadro del culto di un ‘dio morente’” e quindi “negano l’autonomia delle forme estetiche classiche”[7], quali il teatro, la letteratura e la mitologia.
Fu soprattutto Jane Harrison, attraverso i suoi numerosi scritti, a condurre il gruppo e ad avere una forte influenza sul pensiero classicistico del tempo e su Eliot, che infatti scrive: “few books are more fascinanting that those of Miss Harrison […] when they burrow in the origins of Greek myths and rites”[8].
Riprendendo un pensiero già di Robertson Smith, Harrison crede che “è il mito che si produce dal rito e non il rito che si radica nel mito”[9], infatti la studiosa scriverà che “my belief is that in some of the loveliest stories the Greeks have left us will be seen to have taken their rise, not in poetic imagination, but in primitive, often savage, and, I think, always practical ritual”[10].
Carpentier, leggendo Harrison e i ritualisti, afferma che “crudities in Greek myth and religion had to be explained as survivals from a more primitive time”[11]: crolla il mito di un mondo classico totalmente razionale, nato da un passato senza ombre e votato alla razionalità; si scopre l’origine primitiva, permeata di atti cruenti e irrazionali.
Quello che fanno Jane Harrison, gli antropologi ed Eliot attraverso il mito classico è, ancora, una ricerca in ciò che è oscuro nell’uomo, dietro a quello che sembrava completamente frutto della ragione;
per ricercare questo fondo oscuro, legato alla natura ctonia della divinità, JEH [Jane Ellen Harrison] rovescia il significato delle feste dei riti greci e attraverso una critica serrata che mette confronto testimonianze letterarie e rappresentazioni iconografiche, dimostra che p.e. dietro una festa dionisiaca normalmente pensata come gioiosa come le Asterie c’era un lugubre culto delle anime dei morti che vagavano per la città in quel giorno e che dovevano essere in qualche modo placate[12].
È sempre presente il rito di fertilità dunque, anche nella mitologia greca, nonostante il suo assetto civilizzato: un’ulteriore prova del fatto che gli archetipi primordiali comuni all’uomo sono sopravvissuti, arrivati fino a noi anche grazie al mito di una delle civiltà fondanti dell’Occidente.
Le distanze tra civiltà si accorciano
Riflettendo sul contributo di Murray ai Ritualists, Bertelli scrive che
le “origini selvagge” dei Greci sono la zona oscura della storia greca da cui emergono con molta fatica gli splendidi risultati della religione olimpica e della razionalità greca, una zona oscura che continua ad assediare lo spirito razionale, fino a riemergere nei momenti di “caduta di nervi” (failure of nerves) della civiltà greca in età ellenistica.[13]
Le distanze tra le civiltà si accorciano, e il metodo mitico teorizzato da Eliot trova un ennesimo riscontro. Lo stesso poeta aveva avvertito il contrasto tra il vecchio classicismo e quello nuovo inaugurato da Frazer, Harrison e gli altri studiosi. Il poeta infatti dice che
One can be ‘classical’, in a sense, by turning away from nine-tenths of the material which lies at hand and selecting only mummified stuff from a museum […] Or one can be classical in tendency by doing the best one can with the material at hand.[14]
Il secondo modo è quello che seguirà Eliot in The Waste Land, mescolando il mito classico, oltre che i riti di fertilità, con altre tradizioni letterarie e il mondo contemporaneo, rendendolo non più “stuff from a museum”, ma materia viva, ed è quello che farà poi Pavese attraverso i suoi Dialoghi con Leucò.
Però, il mito non è solo un semplice contenitore da cui attingere allegorie e situazioni per “making the modern world possible for art” come afferma lo stesso Eliot, ma “rather myth, as felt and lived by the modern writer, could provide an antidote to the sterility of modern life”[15]; quindi, come dice Chanda, “for Eliot […] classicism is not merely associated with literary form, but […] refers to an ideal literary form”[16]; il poeta dev’essere capace di unire il mondo classico e quello contemporaneo, attraverso il metodo mitico, creando un altro classico nel mondo moderno. Afferma ancora Chanda:
a poetic form has to incorporate the presence of past works of the European literary canon within itself by alluding to them, while simultaneously using the literary resources at its disposal to alter their content […] it can consequently be concluded that ‘The Waste Land’ sees Eliot putting into exercise the literary form he refers to through his use of the term ‘classicism’[17].
Quest’operazione, comunque, degrada il contenuto del mito, riportandocelo non nella sua visione originale, ma solo come è possibile ascoltare cosa esso ha fa dirci nella nostra epoca: “Eliot signifies that what constitutes as a literary form is the allusion to and alteration of content from a past work of European literature – a process which automatically encompasses and alters the entire European literary canon down to its sources through that past work’s own literary allusions”[18].
Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.
[1] Jane Harrison, Themis, Cambridge, Cambridge University Press, 1912, p. 395.
[2] Cfr. Martha Carpentier, Ritual, Myth, and the Modernist Text, Amsterdam, Gordon and Breach Publishers, 1998.
[3] Lucio Bertelli, “J.E. Harrison e i ‘Ritualisti di Cambridge’: la riscoperta del ‘primitivo’”, Ítaca. Quaderns Catalans de Cultura Clàssica, num. 21, 2005, p. 115.
[4] Bertelli, id., p. 118.
[5] Bertelli, id., p. 119.
[6] Bertelli, id., pp. 120-121.
[7] Fabio Dei, La discesa agli inferi, Lecce, ed. Argo, 1998, pp. 324-325.
[8] Eliot cit. in Carpentier, id., p. 42.
[9] Smith cit. in Bertelli, id., p. 124.
[10] Harrison, Mythology and monuments of ancient Athens, Edimburgo, Kessinger publisher, 1890 [reprinted 2004], p. III.
[11] Carpentier, id., p. 23.
[12] Bertelli, id., p. 126.
[13] Bertelli, id., p. 133.
[14] T.S. Eliot, “Ulysses, order and myth”, http://people.virginia.edu/~jdk3t/eliotulysses.htm, 1923, aggiornato 2013, [ultima consultazione 30/05/2013].
[15] Carpentier, id., p. 2.
[16] Debojoy Chanda, Classicism in T.S. Eliot’s “The Waste Land”, in Modern American Poetry on The Waste Land, http://www.english.illinois.edu/maps/poets/a_f/eliot/wasteland.htm, 1999 [ultima consultazione 23 aprile 2013].
[17] Chanda, ibidem.
[18] Chanda, ibidem.