Il veliero fantasma: l’Olandese Volante prima di “Pirati dei Caraibi”
L’Olandese Volante è tra le più celebri figure del folklore marinaresco europeo. Diffusasi tra XVII e XVIII secolo, la leggenda del veliero fantasma ha assunto nel tempo valenze simboliche universali, riflettendo ossessioni collettive legate alla colpa, alla morte e alla redenzione. Esploriamo le diverse declinazioni del mito, con particolare attenzione alle sue connessioni con la psiche individuale e collettiva, nonché alle sue manifestazioni letterarie tra Romanticismo europeo e narrativa novecentesca.

If he had had his way we would have been beating up against the North-East monsoon, as long as he lived and afterwards too, for ages and ages. Acting the Flying Dutchman in the China Sea![1]
L’Olandese Volante è, secondo le leggende nord-europee, un veliero fantasma costretto a solcare i mari in eterno senza poter mai toccare terra, oppure secondo alcune versioni può farlo solo una volta ogni dieci anni, ed è guidato da un capitano maledetto che raccoglie le anime dei morti per mare, o prende nuove anime uccidendo chi incontra. Sono molte e varie le leggende che narrano di vascelli fantasma, non solo in nord-Europa ma in tutte le parti del mondo poiché, come ci spiega Maria Savi Lopez,
certe apparizioni cagionate dal miraggio, le credenze religiose di popoli diversi, la facilità con la quale i marinai vanno immaginando cose strane, ed anche il costume di certi popoli che affidarono i loro morti al mare, diedero origine alle innumerevoli leggende in cui si dice dei vascelli fantasmi, delle navi del diavolo o dei dannati e delle barche dei morti.[2]
Si può addirittura affermare che ogni paese con tradizione marinaresca abbia la propria: ad esempio, in Islanda si narra di un enorme veliero che si aggira in eterno per mare e per terra chiamato Rothramhach; in Inghilterra si parla della Merry Dun of Dover, un veliero immenso e paradisiaco che si aggira per i mari da innumerevoli anni, simile a quello della mitologia norrena della dea Freyja, la cui immensa nave poteva ospitare tutte le divinità; in Italia si narra di una nave fantasma che si aggira per il lido veneziano e di un’altra che veleggia per la costa siciliana. Tutte queste storie hanno radici molto antiche, sin dal momento in cui l’uomo si è avvicinato al mare. Ancora, in Sicilia, si narra di una candida barca avvistata da alcuni pescatori durante una tremenda tempesta; essa non aveva nessun equipaggio a guidarla, ma era formata dalle anime morte in mare, e navigava come posseduta da una forza soprannaturale più forte della tempesta stessa; al ritorno della calma, dove era passata la barca fantasma i marinai trovano la bambagia benedetta che non finisce mai e che, secondo i miti marinareschi, ha il potere di calmare le tempeste. Probabilmente questa leggenda siciliana rimanda agli usi pagani di far doni al mare per poterlo placare, abitudine e rito cui ho accennato precedentemente.
Il veliero più famoso: l’Olandese Volante
Tra tutte le leggende sulle navi e sui velieri fantasma la più diffusa è proprio quella del Flying Dutchman (Olandese Volante). Questa immagine folcloristica vede la sua origine probabilmente tra il XVIII e il XIX secolo da vari racconti dei marinai olandesi, per poi diffondersi in tutto il nord Europa, imponendosi successivamente come la figura che racchiude tutte le leggende dei velieri fantasma. In Inghilterra vengono scritti numerosi racconti sul tema, come per esempio il romanzo gotico di Frederick Marryat,[3] The Phantom Ship del 1837, dove un ragazzo olandese di nome Philip Vanderdecken cerca di salvare il padre condannato a navigare sul veliero fantasma dopo aver imprecato contro Dio; dopo aver vagato alla ricerca del padre, Philip riesce a trovarlo e a redimerlo appendendogli al collo una reliquia della Croce di Gesù Cristo[4].
Il massimo successo della leggenda arriva grazie a Wagner, che compone un’opera in tre atti dal titolo Der Fliegende Holländer: narra di Daland che incontra il capitano dell’Olandese Volante, il quale lamenta con lui il suo triste destino, cioè quello di navigare per l’eternità senza meta e senza poter toccar terra a causa di un’ingiuria contro Dio, a meno che non trovi moglie, in quel caso potrebbe scendere a riva una volta ogni sette anni. Scoperto che Daland ha una figlia nubile, il capitano chiede la sua mano e poco tempo dopo Senta, la figlia di Daland, e l’Olandese Volante si uniscono in matrimonio, senza che la ragazza sappia chi è veramente il suo sposo, ma verso cui sente subito un sentimento amoroso. Quando l’Olandese, spaventato che possa tradirlo, racconta la verità alla sposa e riparte per il mare, essendo finito il periodo concesso a terra, Senta, distrutta dal dolore per la partenza dell’amato, si uccide annegandosi, salvando in questo modo l’anima del capitano, venendo infine accolti entrambi in paradiso.
Come riporta Maria Savi Lopez, le varie versioni del racconto sul Flying Dutchman diffusosi in Europa hanno origine da due leggende olandesi del XVII secolo: nella prima si narra che il capitano olandese Fokke facesse spola tra Amsterdam e l’isola di Giava, ma non riuscendo ad attraccare presso alcun porto perché la maledizione della peste aveva infettato il suo equipaggio, è così costretto a vagare sull’Oceano in eterno; la seconda vede l’Olandese attraversare il Capo di Buona Speranza, ma a causa del vento contrario non riesce a far proseguire la nave, tanto che il capitano inizia a bestemmiare così furiosamente da far spaventare i marinai, e quando vede un angelo a prua, invece di accoglierlo gli spara e lo colpisce, l’angelo allora lo condanna a vagare sul mare per l’eternità e poi prende con sé tutte le anime dei marinai.
Questa seconda storia della storia assomiglia molto al destino in cui si imbatte la nave dell’Ancient Mariner dell’opera di Samuel Coleridge: quando colpisce l’albatro, anima innocente e angelica, con la sua balestra viene maledetto, tutta la ciurma muore, mentre lui sarà costretto a vagare per il mondo a raccontare la sua storia. Quella della nave su cui viaggia il Vecchio Marinaio trasporta una ghastly crew, che è la stessa che viaggia sui Vascelli Fantasma, che trasportano anime morte e dannate come le anime dei marinai della ballata. All’interno della ballata, però, c’è un’altra nave fantasma ed è quella su cui giocano a dadi Morte e Vita-in-Morte: quando inizialmente vede da lontano una vela, il Marinaio esulta, ma quando nota che la nave riesce a virare verso di loro senza l’aiuto delle correnti o del vento comprende che si tratta del veliero fantasma, il quale è in grado di navigare senza l’aiuto degli agenti atmosferici e può addirittura immergersi nell’oceano. La Morte, che qui è rappresentata da un uomo, gioca la vita del Marinaio con Vita-in-Morte, una donna lussuriosa e dalla carnagione simile a quella di una lebbrosa, la quale vince la vita del vecchio, mentre Morte può prendersi tutte le anime degli altri marinai. Ginevra Bompiani afferma che
l’uomo e la donna che giocano a dadi la vita del marinaio sono una comune figura delle storie di mare. Lowes ricorda la storia olandese di tale Falkenberg, che in espiazione di un delitto è condannato a vagare per sempre sul mare, accompagnato da due figure, una bianca e una nera, e sulla nave le due figure giocano a dadi l’anima dell’uomo.[5]
È ovvio che Coleridge si sia ispirato alla leggenda di Falkenberg per dipingere le due figure della ballata, infatti la donna è descritta come bianca di pelle, come un malato di lebbra, che ricorda la prima versione della storia dell’Olandese Volante secondo cui la nave era stata investita dalla maledizione della lebbra e non poteva più far porto.
La leggenda attraversa i mari

La leggenda del veliero fantasma nella letteratura romantica non si limitò ai confini europei, ma si diffuse anche nel Nuovo Mondo, prendendo spunto dalle opere nate nel Vecchio Mondo, specialmente quelle inglesi, in parte imitandole. Un esempio è la poesia del 1863 The Ballad of Carmilhan di Henry Wadsworth Longfellow[6], che narra una versione della storia riprendendo in vari momenti la ballata di Coleridge. Un capitano giura che se mai incontrasse il veliero fantasma chiamato Carmilhan lo affonderebbe anche fosse una lotta per l’eternità; un mozzo ascolta queste parole blasfeme e inizia a pensare a Dio e alla casa lontana, perciò il Klaboterman[7] lo benedice. Quando incontrano il Veliero Fantasma, la nave viene inghiottita dal mare senza poter lottare e muore tutto l’equipaggio, l’unico sopravvissuto è il mozzo: “the cabin-boy, picked up at sea,/survived the wreck, and only he, to tell of the Carmilhan”[8]. Sia il mozzo sia il Mariner sono gli unici sopravvissuti a un disastro navale e dovranno narrare la loro storia una volta tornati a terra per ammonire gli uomini: il Vecchio Marinaio perché gli uomini rispettino il creato e il cabinboy perché nessuno più affronti con superbia la Nave dei Morti e di conseguenza l’oceano. In entrambi i poeti, inoltre, si parla di ghastly crew, ma diversamente da Coleridge in Longfellow essa è quella del veliero fantasma, riprendendo così in maniera più vicina la leggenda originale.
Anche in The Shadow Line di Joseph Conrad fa capolino dalle parole di Burns la leggenda dell’Olandese Volante; ma lo spettro di questa storia era già venuto alla mente del giovane capitano, il quale dice “when I turned my eyes to the ship, I had a morbid vision of her as a floating grave. Who hasn’t heard of ships found drifting, haphazard, with their crewsall dead?”[9], ma qui la sua preoccupazione è molto più realistica che leggendaria: teme che tutta la ciurma muoia per la febbre e la nave non riesca a raggiungere un porto per poter essere curata. Questi pensieri probabilmente derivano dal racconto che proprio Mr Burns fa sul vecchio capitano e di come, fosse stato per lui, avrebbe lasciato la nave alla deriva senza curarsene e suonando notte e giorno il suo violino: non a caso le ultime parole che pronuncia a Burns prima di morire sono “if I had my wish, neither the ship nor any of you would ever reach a port. And I hope you won’t”[10]. Il vecchio capitano vorrebbe trasformare la nave nel veliero fantasma e diventarne il comandante, ma nella realtà egli muore e la nave raggiunge un porto.
Jeffrey Meyers ci ricorda che secondo i racconti l’Olandese Volante ogni volta che incontra un’altra nave “this portent of doom tries to send messages to ask the dead for help”[11], cioè nuove anime da maledire e da far lavorare sull’Olandese; ed è ciò che fa, o tenta di fare, il vecchio capitano, infatti egli rubando il chinino “send, through the fervish chief-mate Burns, a menacing message to the half-dead crew on the ship”[12]: le parole minacciose che aveva rivolto al primo ufficiale prima di morire trovano riscontro nel furto, attraverso cui il capitano spera di lasciar morire i marinai in caso di epidemia affinché la nave continui a veleggiare eternamente; non riuscirà nel suo intento, anzi la ciurma sbarcherà al completo, senza morti, e la nave ripartirà da Singapore qualche giorno dopo per continuare a compiere viaggi commerciali.
Il veliero fantasma è una rappresentazione delle patologie psichiatriche
Il veliero fantasma fornisce il modo per rappresentare alcune patologie psichiatriche nelle opere di Coleridge e Conrad. Secondo Satendra Sigh e Abha Khetarpal, l’apparizione del veliero fantasma in The Rime rappresenta le allucinazioni, probabilmente legate a quelle che Coleridge aveva in quanto oppiomane. L’allucinazione è una falsa percezione che avviene senza la presenza di uno stimolo esterno reale e senza che questo meccanismo sia consapevole. Nella ballata, il Mariner vede la nave fantasma avvicinarsi da lontano ed è un’allucinazione visiva, probabilmente cagionata, come già ho detto prima, dalle leggende che giravano tra i marinai che narrano di navi alla deriva comandate da morti. In The Rime non ci sono solo allucinazioni oculari, ma anche uditive: il Vecchio Marinaio sente le voci dei due spiriti che parlano del suo destino e delle sue colpe. Queste allucinazioni derivano da un Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), poiché “the Mariner suffers from survivor’s guilt and his condition worsened as he saw all the sailors dying in front of him”[13]: è la colpa del sopravvissuto, di colui a cui ancora è dato vivere mentre i suoi compagni sono morti, e soffrendo di una tale punizione mentale egli diviene un morto vivente, un depresso.
La depressione del Marinaio è ancora una volta riconducibile alla leggenda dell’Olandese Volante: la nave trasporta la Life-in-Death che può essere letta come rappresentazione della depressione. Questo disturbo psichiatrico non è semplicemente un abbassamento dell’umore, ma è una deviazione della affettività di una persona in senso malinconico, tanto da compromettere la vita sociale della persona affetta. È una Vita-in-Morte perché il soggetto perde più o meno lentamente la voglia di vivere, non trova più un senso alla sua esistenza, si sente morto pur essendo fisicamente in vita. I sintomi della depressione sono vari, tra cui figurano l’incapacità di provare piacere (di qualsiasi tipo), distacco dagli abituali interessi e lavori, prevalenze di idee di disgrazia e deliri di dannazione: questi fanno tutti parte del Vecchio Marinaio, che quindi può essere descritto come un soggetto depresso. Il suo racconto è un delirio di dannazione, poiché racconta una storia soprannaturale in cui lui è il protagonista maledetto; si stacca dal mare, quindi dal suo compito di marinaio e diventa un’anima solitaria chiusa nella sua mestizia, la quale non è più in grado di fare esperienza di alcun piacere, anzi il suo delirio porta solo agonia e dolore. Il veliero fantasma potrebbe essere visto di conseguenza come simbolo delle problematiche della vita che portano con sé la depressione che affligge l’uomo, o addirittura la Morte, che infatti è l’altro personaggio che viaggia sulla nave con la Vita-in-Morte. La difficoltà che viene rappresentata dalla Spectre Ship può essere riferibile all’espressione “an orphan’s curse”[14]. È di difficile lettura, poiché la storia non narra di un orfano e non si accenna al fatto che il protagonista sia un orfano, anzi della sua storia passata nulla sappiamo. Ginevra Bompiani ci dice che “una superstizione medievale considerava la maledizione di un orfano particolarmente potente”[15], ma non ci aiuta a chiarire il verso.
L’unico modo che abbiamo per comprendere questa espressione è guardare alla vita dello stesso Coleridge, il quale era effettivamente orfano di padre, che morì quando il poeta aveva solo nove anni. In una lettera del 1797, il poeta racconta come avesse presagito la morte del padre durante il sonno e questo fatto provocò in lui un profondo senso di colpa: anche questo è un Post Traumatic Stress Disorder, lo stesso che affligge l’Ancient Mariner del suo poema. Sotto quest’ottica, allora, possiamo vedere nell’albatro il simbolo se non del padre di Coleridge sicuramente quello della sua morte. Coleridge bambino si sente, irrazionalmente, colpevole dell’accaduto, fatto che non è raro nell’elaborazione del lutto tra i bambini come spiega John Bowbly[16]. Una mancata elaborazione della perdita può portare disagi più o meno gravi al bambino che si porterà con sé fino all’età adulta: il poeta era infatti oppiomane, e non è da escludere che tra le cause della sua dipendenza ci sia una inadeguata riorganizzazione della vita e del dolore dopo la morte del padre. Il poeta è afflitto dalla maledizione del senso di colpa per la perdita del padre, come il Marinaio è perseguitato da quella per aver ucciso un’anima innocente. Quello che la Vita-in-Morte vince per il Marinaio è il destino di dover vagare in eterno per cercare una liberazione del male, e per Coleridge ha vinto il torpore dell’oppio, che in dosi elevate provoca un sonno pesante, nonché le allucinazioni che portano alla vista della nave maledetta. Il poema potrebbe essere letto allora come un’elaborazione del dramma familiare, del senso di colpa di Coleridge, della sua manifestazione in disordini mentali e nell’abuso di sostanze e della sua espiazione e di come sente il bisogno di parlarne con chiunque abbia la capacità di ascoltarlo, nel tentativo di rivivere e liberarsi del suo dramma personale.
Anche nell’opera di Joseph Conrad ci sono degli accenni alle malattie mentali legate alla leggenda dell’Olandese Volante. Nella lettera a Helen Sanderson che ho citato precedentemente, Joseph Conrad scrive che ciò che lo inquietava di più nella storia del suo romanzo autobiografico non era il soprannaturale, ma “the fact of Mr Burns’ craziness”[17]. L’ossessione del primo ufficiale verso il vecchio capitano, così simile al capitano del Flying Dutchman a cui viene appunto accostato, gli fa credere che il suo spirito malvagio sia tornato dall’Aldilà con l’intento di perseguitarli. Ciò dimostra come quasi certamente Mr Burns sia afflitto da paranoia: in psichiatria è una psicosi caratterizzata da ossessivo sospetto e diffidenza verso gli altri, tanto che ogni loro intenzione è letta come indirizzata a far del male al soggetto paranoico. Il sintomo più evidente di questa patologia è il delirio, il quale sembra un discorso molto razionale, coerente e spesso plausibile, tanto è vero che il ragionamento paranoico può essere trasmesso al suo interlocutore, che a sua volta viene indotto a pensare le stesse cose e divenire anch’egli paranoico. Vediamo infatti nel romanzo di Conrad che, man mano che prosegue la storia, nel giovane capitano si rafforzerà sempre di più la convinzione che è una forza malefica che agisce sulla nave, come Burns dice nei suoi ragionamenti lucidi e deliranti allo stesso tempo; infatti leggiamo “in an unexpectedly distinct voice Mr. Burns began a rambling speech. Its tone was very strange, not as if affected by his illeness, but as if of a different nature”[18], cioè non è il delirio del febbricitante, ma il discorso del malato psichico paranoico. La sua ossessione dura per tutto il romanzo, difatti spesso ripete che aver seppellito il vecchio capitano sulla rotta della nave era stato un errore perché il suo spirito è la causa di tutti i mali della ciurma; “‘the great thing to do, sir’ he would tell me on every occasion, when I gave him the chance, ‘the great thing is to get the ship past 8°20’ of latitude. Once she’s past that we’re all right’”[19] riporta il protagonista, mostrandoci quanto la psicosi paranoica si fosse radicata nel primo ufficiale, tanto che durante la tempesta Mr Burns spronerà la ciurma a combattere il vecchio capitano e inizierà a ridere in maniera terrificante, una risata psichicamente contorta, dopodiché sverrà e non parlerà più dello spirito malvagio.
Dalla letteratura al cinema

Il capitano morto dell’Orient ricorda anche, seguendo le parole di Mr Burns il quale afferma che si trova “ambushed down there under the sea with some evil intention”[20], Davy Jones, il diavolo del mare, che vive in fondo all’oceano, infatti l’espressione Davy Jones’ Locker in lingua inglese è divenuto un eufemismo per riferirsi agli abissi, inteso come il luogo in cui riposano i morti annegati. Questo personaggio viene citato in molte opere moderne, tra cui Moby Dick di Melville e Peter Pan di Barrie. Anche James Joyce menziona questa storia in Ulysses, dove in Nausicaa fa riferimento proprio allo scrigno di Davy Jones.
La sua leggenda è tornata alla ribalta negli ultimi anni grazie alla trilogia cinematografica di Pirates of the Carribean[21], in cui questo spirito maligno diviene il principale antagonista e viene presentato inoltre come capitano del Flying Dutchman. Davy Jones, nella versione contemporanea della leggenda, è colui che comanda anche il kraken. Con l’Olandese Volante avrebbe dovuto traghettare le anime dei morti in mare, compito assegnato in cambio dell’immortalità dalla dea marina Calypso sua amante, con cui avrebbe potuto ricongiungersi ogni dieci anni durante il breve periodo in cui poteva tornare a terra. Una volta scoperto il tradimento dell’amata, il capitano si cava il cuore dal petto e lo custodisce nel suo Locker, una terra di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. In seguito diventa un demone dei mari, accompagnato da una ciurma maledetta che passa il tempo libero a giocare a dadi scommettendo sui propri anni di dannazione con cui vaga per l’oceano alla ricerca di vittime. La sua furia viene fermata da un ragazzo che, per salvare il padre facente parte della ciurma, pugnala il cuore prendendo il posto di Davy Jones. Come si vede, questa recente versione della leggenda dell’Olandese Volante riunisce tutte le versioni e le storie di cui ho parlato fino a ora, quelle del folclore e quelle letterarie, dimostrando quanto la leggenda del veliero fantasma e in generale le leggende legate al mare siano dinamiche ed energiche, tanto da riuscire a passare da un continente all’altro e a sopravvivere fino all’epoca contemporanea, ovviamente differenziandosi a seconda del periodo storico e della sensibilità del pubblico.
Testo tratto dalla tesi di laurea magistrale di Rossana Pasian ”Water, water everywhere”: l’acqua in Coleridge, Conrad, Eliot e Joyce, anno accademico 2015/2016, Università degli Studi di Siena.
[1] Joseph Conrad, “The Shadow Line”, in The Secret Sharer and Other Stories, edited by John G. Peters, New York, Norton Critical editions, 2015, p. 109.
[2] Savi Lopez Maria, Leggende del Mare, Novoli (LE), Elison Publishing, 2015 (I ed. 1894), Kindle edition, capitolo 9.
[3] Romanziere inglese nato nel 1792 e morto nel 1848, ricordato come uno dei pionieri del romanzo marinaresco. Come Conrad, Marryat è un marinaio di professione e dalle sue vicende per mare prende spunto per i suoi racconti.
[4] Questo particolare ricorda il momento in cui i marinai della ballata di Coleridge appendono al collo del Mariner l’albatro, il quale è rappresentazione proprio di Cristo.
[5] Ginevra Bompiani, “Note”, in S.T. Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, Milano, BUR, 1973, (The Rime of the Ancient Mariner, London, J&A Arch, 1789), p. 141-142.
[6] Poeta americano nato nel 1807 e morto nel 1882, è ricordato come uno dei primi letterati americani ad aver raggiunto una fama oltre i confini degli Stati Uniti e per la sua importante traduzione della Divina Commedia e la creazione della Dante’s Society americana creata con lo scopo di promuovere il poema dantesco negli USA.
[7] Il Klaboterman o Klabautermann è una figura diffusa nelle leggende del Mar Baltico; è uno spirito protettore delle navi e della ciurma, avercelo a bordo porta bene.
[8] Henry Wadsworth Longfellow, The Ballad of Carmilhan, 1863, https://www.hwlongfellow.org/poems_poem.php?pid=2056.
[9] Conrad, “The Shadow Line”, cit., p. 108.
[10] Ivi, p. 88.
[11] Jeffrey Meyers, “Allusions and Meaning in Conrad’s The Shadow Line”, in Style, vol. 49, n. 2, 2015, p. 151.
[12] Ibidem.
[13] Satendra Sigh & Abha Khetarpal, “Phobias in Poetry: Coleridge’s Ancient Mariner”, in Indian Journal of Psychological Medicine, vol. 34, n. 2, 2012, <http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3498789/>.
[14] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 96.
[15] Ginevra Bompiani, “Commento”, in T.S. Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 143.
[16] <http://www.centroitalianoperlapsiche.it/il-lutto-nellinfanzia/>.
[17] Conrad, “The Shadow Line”, cit., p. 379.
[18] Ivi, p. 97.
[19] Ivi, p. 104.
[20] Ivi, p. 97.
[21] Pirates of the Caribbean: Dead Man’s Chest, regia di Gore Verbinski, USA, 2006 e Pirates of the Caribbean: At World’s End, regia di Gore Verbinski, USA, 2007.