Il deserto d’acqua: il simbolismo del mare e della sete in “The Rime of the Ancient Mariner” di Samuel Coleridge
In The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Coleridge, il mare si trasforma in un deserto simbolico che riflette il peccato, la punizione e la redenzione del protagonista. Un viaggio attraverso il castigo spirituale, la purificazione e il potere trasformativo dell’acqua, tra riferimenti cristiani e la lotta interiore del Vecchio Marinaio.

The Rime of the Ancient Mariner è un poemetto di Samuel Coleridge pubblicato nel 1798 come introduzione alla raccolta Lyrical Ballads dell’amico William Wordsworth e di Coleridge stesso. La popolarità della ballata rese l’opera uno dei manifesti del Romanticismo. La Rime narra la storia di un marinaio e del suo lungo viaggio per mare e della sua espiazione per il peccato di aver ucciso un albatro. Riprende la forma metrica popolare della ballata, usata generalmente per narrare una storia lunga: il poeta ne recupera l’impianto dialogico, il carattere soprannaturale e tragico, ma non il linguaggio popolare, al quale sostituisce una lingua evocativa e ricca di arcaismi, cosa che ne determinò accese critiche per la difficoltà di lettura. La ballata è divisa in sette parti, con prevalenza di quartine di ottonari e senari, in cui utilizza il piede giambico. È il protagonista stesso, il Vecchio Marinaio, a narrare la sua storia a un invitato durante una festa nuziale, il quale resterà magnetizzato dalla storia e dal narratore.
“Water, water, every where,/and all the boards did shrink;/water, water, every where,/nor any drop to drink”[1] si legge nella seconda parte. Il deserto è tradizionalmente considerato l’opposto del mare: il secondo è composto completamente da acqua, mentre il primo è caratterizzato dalla mancanza d’acqua e dall’aridità; nel deserto le forme di vita sono ridotte al minimo, il mare è pieno di animali e piante di ogni forma e dimensione che vivono in ogni suo angolo. Però la fantasia poetica è in grado di rendere questi due elementi molto vicini se non addirittura accomunarli.
Come si evince dai versi citati, il mare diventa un deserto: l’acqua di cui è composto non è adatta per essere bevuta, quindi il marinaio protagonista e gli altri componenti della ciurma soffrono di arsura proprio come se fossero in mezzo al deserto. La loro non sarà una morte per acqua, ma è una morte per mancanza d’acqua, la quale è desiderata affinché possa riportare alla vita. Auden scrive che “the Ancient Mariner’s punishment begins when the sea becomes a counterfeit desert”[2]; egli situa il momento in cui l’oceano diventa un luogo desertico nella seconda parte della ballata, subito dopo che il Mariner uccide l’albatro.
Mi azzarderei a dire che non è propriamente esatto: quando la nave supera la tempesta andando verso sud, i marinai si ritrovano nella terra dei ghiacci, “the land of ice, and of fearful sounds/where no living thing was to be seen”[3]. Non è il deserto dell’arsura, ma è il deserto del gelo, dell’acqua che rende quasi impossibile la vita. Rimangono bloccati tra i ghiacci e non riescono a liberarsi, un triste presagio di ciò che capiterà dopo l’uccisione dell’uccello benevolo, quando la nave incontrerà una bonaccia e rimarrà ferma sotto il sole senza poter trarsi in salvo.
Il mare come deserto in Samuel Coleridge
L’uccisione dell’albatro è un atto assolutamente gratuito e senza spiegazione o logica: l’uccello non arreca alcun male alla ciurma, anzi viene fatto intendere che grazie alla sua presenza la nave riesce a liberarsi dai ghiacci e a proseguire verso nord. L’albatro è chiaramente il simbolo di Gesù Cristo, ed è per questo che la sua uccisione è inevitabile, perché la salvezza passa attraverso il peccato e la sua espiazione: se deve rinascere a vita nuova, il Marinaio deve necessariamente compiere questo peccato per poter espiare tutte le sue colpe e le colpe della ciurma, che rappresenta l’umanità, per poi diffondere la verità nel mondo Non a caso il guest al matrimonio è costretto ad ascoltarlo e nel finale scopriamo che grazie al racconto tragico del Vecchio Marinaio diventa “a wiser man”[4].
I marinai inizialmente incolpano il Mariner dell’uccisione dell’albatro, poiché sembrava che stesse portando loro in salvo fuori dal deserto di ghiaccio in cui si erano incagliati. All’alba del giorno successivo, però, la ciurma cambia opinione e ringrazia il marinaio dell’uccisione dell’uccello; infatti “i marinai sono tratti in inganno dalla comparsa del Sole – che allude chiaramente alla giustizia divina – e approvando il gesto del compagno si rendono complici del suo delitto”[5], giustificando il vecchio marinaio diventano quindi peccatori anche loro. È da questo momento in poi che il mare diventa il deserto in cui la nave rimane bloccata: il vento cade e il sole che aveva fatto capolino traendo in inganno i marinai diventa il loro nemico perché brucia sulle loro teste e “the Albatros begins to be avanged”[6]. Rimangono fermi senza poter far nulla e soprattutto senza acqua da poter bere, tutto diventa arido.
Baker scrive, circa la bonaccia, che “the water that remained stood” sono “a kind of theological ‘desert of the real’”[7]: quindi la prima punizione che soffre la ciurma è un’esperienza di vita-in-morte, quella che poi sarà propria del Marinaio, poiché sono stati vinti dal peccato, che per la religione cristiana rappresenta la morte dell’anima. I marinai sono ancora vivi, soffrono a causa del loro male e a causa di questo sono già morti spiritualmente. Sono circondati dall’elemento che porta la vita, nel quale pullula la vita, ma il loro destino è ben diverso. La nave e il mare rimangono fermi e immobili per giorni, tanto che l’acqua intorno a loro inizia a imputridire, infatti Coleridge scrive “the very deep did rot” e descrive l’acqua come un “slimy sea” e un “witch’s oils”[8]. Dice Bachelard che “l’acqua impura, per l’inconscio, è il ricettacolo del male, un ricettacolo esposto a tutti i mali; è la sostanza del male”[9]: l’acqua stagnante è segno e fonte di malattia, quindi è sempre connotata negativamente, simbolo soprattutto di morte.

Da questo momento in avanti, iniziano ad apparire spiriti, incantesimi e malefici, rendendo il mondo della narrazione completamente fantastico. L’oceano inizia a riempirsi di esseri mostruosi e spaventosi, simili a serpenti, i quali si aggirano intorno alla nave. Potrebbe non essere un caso la comparsa di questi animali, infatti Maria Savi Lopez ci dice che il serpente è custode delle anime dei morti[10]. Tanto è vero che non molto più tardi apparirà il vascello con a bordo Morte e Vita-in-Morte. Perseguitata da questi segni malefici, la ciurma scarica sul Mariner la colpa della loro sventura, egli diviene il loro capro espiatorio, e come simbolo del peccato compiuto appendono al collo del Vecchio Marinaio l’albatro morto.
Il Vascello Fantasma: Morte e Morte-in-vita
Dopo questi avvenimenti, nella terza parte della ballata entra in scena il Vascello Fantasma. È il Vecchio Marinaio che annuncia il suo arrivo, succhiando il proprio sangue per potere inumidire la gola e riuscire a parlare. È la stessa azione che nell’Odissea compiono le anime dei morti per poter parlare con Ulisse: il Marinaio è un’anima morta perché deve ancora espiare il peccato. Sulla nave Morte e Vita-in-morte si giocano a dadi l’anima del Mariner e del resto della ciurma, la seconda vince la vita del Marinaio mentre la prima vince le vite dei marinai, i quali muoiono uno a uno. Auden spiega bene perché è necessario o giusto che il resto dei marinai muoia, poiché il Mariner
has sinned by shooting the Albatross, but the sin is a personal act for which he can suffer and repent. The rest of the crew react collectively as a crowd, not as persons. First they blame him because they think he has killed the bird that made the breeze to blow, then they praise him for having killed the bird that brought the fog and mist, and then when the ship is becalmed, they turn on him again and hang the albatross around his neck. That is to say, they are an irresponsible crowd and since, as such, they can take no part in the Mariner’s personal repentance, they must die to be got out of the way.[11]
Il Marinaio deve sopravvivere invece per poter espiare il suo peccato e il suo destino è peggiore di quello dei suoi compagni: ora deve vivere in solitudine e affrontare i suoi demoni da solo. La nave continua a rimanere ferma sul mare; nonostante la mancanza di cibo e di acqua egli sopravvive, sente però addosso il peso del mare e del cielo, quindi del mondo intero. Gli occhi dei suoi compagni morti gli ricordano la maledizione da cui è afflitto e il peccato di cui è colpevole: rimane con lo sguardo dei morti addosso per sette giorni, che sono i giorni della settimana nonché numero importante nella religione ebraico-cristiana. Dalla nave, vede i serpenti marini che nuotano liberi nel mare, e istintivamente il Mariner pronuncia verso di loro una benedizione: “o happy living things”[12], con queste parole si annuncia la trasformazione del Marinaio, la sua purificazione parziale dal peccato, infatti si accorge di poter pregare di nuovo, e a quel punto l’albatro che gli era stato appeso al collo cade in mare e l’uomo crolla in un profondo sonno.
La pioggia: il ritorno alla vita del Mariner
“And when I awoke, it rained”[13], il Mariner credendo di essere morto durante il sonno, si risveglia con la pioggia che sta cadendo sopra di lui, riportandolo alla vita: finalmente può bere, il suo corpo riacquista vigore e non è più disidratato. Il deserto in mezzo al mare è finito ed è dunque finito anche il deserto dell’anima, poiché grazie alla benedizione data alle creature marine e al recupero della capacità di pregare, il Marinaio può ritornare alla vita, e ciò avviene proprio attraverso l’acqua, l’elemento portatore prima di morte e poi di vita. La pioggia diventa qui un simbolo del battesimo, che secondo la religione cristiana fa rinascere l’uomo a nuova vita, “l’acqua” infatti “simboleggia la vita elargita da Dio alla natura e agli uomini”[14]; l’anima del Vecchio Marinaio è pronta per cominciare una nuova vita di penitenza e bontà. Insieme alla pioggia, giungono anche venti e spiriti beati che rianimano la nave e ricominciano a farla muovere. Questi spiriti riportano momentaneamente alla vita gli altri membri della ciurma, compiendo ognuno il proprio compito, ma non è una ciurma vera, è una “ghastly crew”[15], gli altri marinai non potranno quindi ritornare nel mondo sensibile e non potranno godere di una rinascita vera.
Lo Spirito dell’Antartide conduce la nave fino all’Equatore, cioè il punto da cui era partita l’odissea dei marinai. Superato quel punto, il Marinaio sviene e mentre si trova in uno stato tra l’incoscienza e la coscienza sente due spiriti parlare tra di loro sulle colpe del Marinaio in quanto uccisore dell’albatro, e uno di essi presagisce che l’espiazione in realtà non si è ancora conclusa e la penitenza che lo attende una volta tornato in mezzo agli uomini sarà ancora più dura di quella affrontata sinora.
Al risveglio, ricomincia il suo castigo: la nave continua a essere sospinta dal vento, ma ora i morti lo fissano con “stony eyes” poiché “the pang, the curse, with which they died,/had never passed away”[16]. Il Marinaio si sente costretto a guardarli, sente il loro sguardo terribile su di lui, la causa ultima della loro morte, tanto che fatica a distogliere il proprio sguardo da loro anche solamente per una preghiera. Intanto, gli elementi conducono la nave al paese natale del Mariner e in quel momento gli spiriti abbandonano i corpi della ciurma, facendoli tornare semplicemente al loro stato di cadaveri.
Si avvicina alla nave Hermit of the Wood il quale si stupisce del silenzio che aleggia intorno a essa e vi si accosta insieme al suo pilota. Allora, la nave improvvisamente inizia ad affondare e il Marinaio viene tratto in salvo dalla barca dell’Eremita, con cui torna a riva. Il Vecchio Marinaio, poco prima di salire sulla barca, finisce in mare e si può leggere in ciò un altro simbolo del battesimo cristiano e insieme la sua definitiva rinascita spirituale, “ci si tuffa nell’acqua per rinascere rinnovati”[17]; infatti, come dice Antonio Caiazzo, “l’immersione nell’acqua è considerata come discesa agli inferi e liberazione dalla morte”[18]. Una volta giunto a terra, il Marinaio chiede all’Hermit di confessarlo: qui inizia la sua nuova penitenza, che sarà quella di vagare per il mondo raccontando la sua storia affinché gli uomini non seguano il suo esempio e per insegnare loro “love and reverence to all things that God made and loveth”[19]. Il Mariner abbandona l’invitato che aveva trattenuto per poter narrare il suo racconto e ricomincia il viaggio verso una nuova terra e un nuovo interlocutore a cui portare il suo esempio di pentimento ed espiazione.
Testo tratto dalla tesi di laurea magistrale di Rossana Pasian ”Water, water everywhere”: l’acqua in Coleridge, Conrad, Eliot e Joyce, anno accademico 2015/2016, Università degli Studi di Siena.
[1] Samuel T. Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, a cura di Ginevra Bompiani, Milano, BUR, 1973, p. 82 (The Rime of the Ancient Mariner, London, J&A Arch, 1789).
[2] Auden Wystan Hugh, The Enchafèd Flood or The Romantic Iconography of the Sea, New York, Random House, 1950, p. 24.
[3] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 76.
[4] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 132.
[5] Ornella De Zordo, “Note al testo”, in S.T. Coleridge, Poems. Poesie, Milano, Mursia, 1989, p. 152.
[6] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 82.
[7] Baker Samuel, Written on the Water: British Romanticism and the Maritime Empire of Culture, Charlottesville, University of Virginia Press, 2010, p. 25.
[8] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 84.
[9] Bachelard Gaston, Psicanalisi delle Acque. Purificazione, Morte e Rinascita, trad. it. M. Cohen Hemsi & A.C. Peduzzi, Como, Red, 2006 (I ed. 1986), p. 157.
[10] Savi Lopez Maria, Leggende del Mare, Novoli (LE), Elison Publishing, 2015 (I ed. 1894), Kindle edition, cap. 11.
[11] Auden, The Enchafèd Flood or The Romantic Iconography of the Sea, cit., p. 28.
[12] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit. p. 98.
[13] Ivi, p. 102.
[14] Antonio G. Caiazzo, “Simbolismi dell’acqua nell’iniziazione cristiana”, in Teti Vito (a cura di), Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici, Roma, Donzelli editore, 2013, p. 210.
[15] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 106.
[16] Ivi, p. 114.
[17] Bachelard, Psicanalisi delle Acque, cit., p. 163.
[18] Caiazzo, “Simbolismi dell’acqua nell’iniziazione cristiana”, cit, p. 211.
[19] Coleridge, La Ballata del Vecchio Marinaio, cit., p. 130.