Il difficile rapporto di Cesare Pavese con le donne messo in poesia

Purtroppo, Cesare Pavese non ha mai avuto un rapporto semplice con le donne, e questo esce bene non solo dalle pagine del suo diario ma anche dalla sua poesia, come per esempio in Le Maestrine, poesia scritta nel 1931.

Le maestrine è una poesia di Cesare Pavese del 1931, quindi prima della lettura di The Golden Bough, inserita in Attorno a «Lavorare stanca»[1], in cui si narra di un ragazzino di campagna che durante una gita vede Flora, un’amica della sorella maggiore, il cui nome richiama un’altra divinità della primavera presente nel pantheon classico, farsi un bagno. In Pavese è una riproposizione in chiave autobiografica del mito di Atteone e Diana, in cui il ragazzetto rappresenta sia Atteone ma anche il poeta stesso.

A differenza del mito classico, “manca […] la metamorfosi e la fine tragica del giovane Atteone, ma incombe, comunque, sul ragazzo la possibilità di un rimprovero”[2]. Ritorna alla mente anche una figura di The Waste Land di T.S. Eliot, quella di Mrs Porter intenta a farsi il bagno. In Pavese il bagno sembra un lavaggio intimo, come era nella ballata australiana sulla prostituta; nella poesia leggiamo: “poi si sedè [Flora] e ordinò che non guardassi./Ero tutto agitato. Sentivo sciacquare/la corrente, sciacquare e mi volsi improvviso./Svelta com’era e forte nel corpo nascosto,/la mia amica scendeva la riva, le gambe scoperte,/abbagliante[…]”[3].

Flora non è, ovviamente, una prostituta, ma è simile a Mrs Porter la quasi mancanza di pudore che invece era caratteristico della dea Diana a cui fanno riferimento entrambe: Flora non arriva al livello di volgarità del personaggio eliotiano, ma contemporaneamente non è pudica e riservata quanto la divinità, infatti leggiamo “mi rimproverò un poco coprendosi subito,/ma ridemmo alla fine e le porsi la mano”[4]. Il suo lavaggio non ha nulla di sacro, ma diventa qualcosa che non reca vergogna, che un ragazzino può sbirciare senza conseguenze tragiche, anzi la protagonista ride e si lascia prendere la mano e farsi portare a riva.

I segni dell’orrore adulto

Il ragazzino, come abbiamo detto un alter ego di Pavese stesso, è sì Atteone, ma non ha nulla della figura di Sweeney presente in The Waste Land di Eliot insieme a Mrs Porter, anzi ne è l’esatto contrario: non è un uomo volgare e non porta via con sé flora per avere con lei un rapporto sessuale, anzi è un ragazzino timido che si emoziona ancora a queste prime esperienze sessuali che non riescono a essere consumate.

Pavese utilizza questo episodio per mettere in luce le sue problematiche con le donne: “tutti gli uomini” scrive nel diario il 26 novembre del 1937 “hanno un cancro che li rode […] Quasi tutti – pare – rintracciano nell’infanzia i segni dell’orrore adulto[5].

Attraverso questa poesia, l’autore piemontese mostra la sua incapacità di essere come Sweeney, il suo difficile rapporto con le donne, e in quel bambino vede “un adulto che rintraccia nell’infanzia i segni del proprio destino”[6]. In riferimento a questa impotenza verso il mondo femminile, Pavese si chiede “c’è suicidio meglio giustificato?”[7].

Pavese, dunque, come il mitico Atteone morirà sbranato, se non dai propri cani, dalle proprie paure, debolezze, sensazioni di impotenza, da quel cancro, insomma, che fin dall’infanzia gli ha roso l’animo indirizzandolo verso un destino implacabile.

A suo modo quindi, ha scelto una morte definitiva, liberatoria e senza rinascita, quella che cercano gli abitanti della Waste Land, rifiutando anche lui l’aprile di rinnovamento.

Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.

[1] In Pavese, Le poesie, Torino, ed. Einaudi, 1998.

[2] Pierluigi Vaccaneo, Antropologia e psicologia nell’opera e nell’attività culturale di Cesare Pavese, tesi di laurea discussa alla Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Pavia, aa. 2000/2001, p. 146

[3] Pavese, id., p. 302.

[4] Pavese, ibidem.

[5] Pavese, id., p. 59.

[6] Vaccaneo, id., p. 149.

[7] Pavese, id., p. 68.