Asterisco o non asterisco: questo è il problema. Forse
Asterisco o non asterisco? Il dibattito sul linguaggio inclusivo continua, e ha preso in mezzo, anche in modo acceso, questo segno grafico. Si tratta dell’infinita discussione di chi preferisce continuare a utilizzare la regola del maschile prevalente e chi invece lo vuole inserire nella lingua comune.

Ormai da un po’ di tempo, è accesa la discussione sull’asterisco. Non come segno grafico in sé, ma del suo utilizzo in quello che viene chiamato linguaggio inclusivo. Da una parte ci sono i detrattori dell’asterisco, che non vogliono vederlo da nessuna parte, dall’altra ci sono i forti sostenitori che sperano nel suo ingresso nella scrittura comune per avere una scrittura meno “maschilizzata” e più neutra. Ma andiamo per ordine…
Cosa significa linguaggio inclusivo?
Nella lingua italiana noi abbiamo solo due generi grammaticali: femminile e maschile. Nel viaggio dal latino al volgare è andato perdendosi il neutro, in favore di questa dualità. Oltre a questo, l’italiano esige la prevalenza del maschile, cioè in presenza all’interno della frase di più soggetti di genere diverso prevale il maschile nell’aggettivazione. Tra l’altro, nel 1767 nella sua Grammaire générale Nicolas Beauzée, membro dell’Académie française, scriveva: «Il genere maschile è reputato più nobile del femminile a causa della superiorità del maschio sulla femmina». Il francese, da questo punto di vista, funziona esattamente come l’italiano. Con l’avvento del femminismo, non solo le donne chiedono l’uguaglianza economica, politica e sociale con gli uomini, ma vogliono anche un utilizzo più egualitario del linguaggio, iniziando a parlare di una lingua più inclusiva, cioè non sessista.
L’Unione Europea, nella sua guida “La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo” dà una buona definizione di linguaggio inclusivo o neutro e delle sue conseguenze:
Un linguaggio “neutro sotto il profilo del genere” indica, in termini generali, l’uso di un linguaggio non sessista, inclusivo e rispettoso del genere. La finalità di un linguaggio neutro dal punto di vista del genere è quella di evitare formulazioni che possano essere interpretate come di parte, discriminatorie o degradanti, perché basate sul presupposto implicito che maschi e femmine siano destinati a ruoli sociali diversi. L’uso di un linguaggio equo e inclusivo in termini di genere, inoltre, aiuta a combattere gli stereotipi di genere, promuove il cambiamento sociale e contribuisce al raggiungimento dell’uguaglianza tra donne e uomini.
La lingua “crea” il mondo che ci sta intorno, o comunque è una buona cartina tornasole di come una data società è nel suo insieme. In molti dialetti e lingue delle regioni italiane, soprattutto nelle zone rurali, ci sono vari termini diversi per definire quello che noi definiremmo, per fare un esempio, “secchio”: ogni sfumatura del suo utilizzo ha una sua sfumatura nella lingua. Stessa cosa vale per alcune lingue nordiche, soprattutto quelle delle popolazioni che vivono in prossimità del Polo Nord, che hanno decine di modi per dire la parola “neve”. Il secchio e la neve probabilmente sono sempre quelli che vedremmo anche noi estranei a quei mondi, ma il modo di vedere lo stesso secchio e la stessa neve è diverso.
Se notiamo, nella lingua italiana molti termini, soprattutto legati a professioni di alto livello, possiedono la declinazione femminile, e alcune forme erano utilizzate già nel Medioevo (uno su tutti, Dante nel XXIX dell’Inferno scrive “a ministra De l’alto Sire infallibil giustizia”), eppure faticano a entrare nella lingua di tutti i giorni. Quindi si continua a dire “il ministro Pinca Palla”, “l’architetto Pallina” o addirittura “il presidente Tizia” quando in questo caso basterebbe cambiare l’articolo da maschile a femminile. Eppure, non ci sono problemi quando si tratta di altre cose, come “operaia”, “infermiera”, “spazzina”, “impiegata”. Quindi qual è la nostra visione del mondo?
Come siamo arrivati al dibattito sull’asterico?
Ma in tutto questo l’asterisco come ci è entrato? Come spiega bene l’Enciclopedia Treccani, il suo utilizzo negli ultimi anni è “legato alla volontà di evitare il cosiddetto uso “sessista” della lingua. Con soluzioni come car* tutt* si intende evitare l’uso del maschile generalizzato previsto dalla norma grammaticale (cari tutti riferito a donne e uomini), ma anche la dicotomia di genere implicita in una frase come care tutte e cari tutti. […] Tale soluzione sembra derivare dall’impiego dell’asterisco come “carattere jolly” tipico dei sistemi informatizzati di ricerca”. Si potrebbe allora dire che l’utilizzo dell’asterisco nella lingua scritta è un tentativo di far tornare il genere neutro che si era perso nel passaggio da latino a volgare, e certamente ci sbroglierebbe dall’utilizzo di ripetizioni o espedienti come “il/la candidato/a”.
Ma, a mio parere, il grosso problema dell’asterisco è che non è trasportabile nella lingua parlata: nell’oralità dovremo per forza utilizzare ripetizioni o continuare a adottare la regola della prevalenza del maschile.
Quindi come si fa? Una risposta, o almeno una univoca, non esiste. Per fortuna, oserei dire. Perché mantenere vivo questo dibattito sul linguaggio, che come dicevo prima ha tanto a che fare con la nostra visione del mondo, fornisce ulteriore linfa alla discussione sulla parità di genere all’interno della nostra società. E se tutti, soprattutto gli esperti, continuano a parlare si arriverà a un punto in comune e potranno aprirsi altre finestre da cui guardare il mondo.
Ma il problema è davvero solo un asterisco?
A fine luglio 2020, si scatena una polemica molto accesa per uno scambio di battute (scritte) tra il giornalista Mattia Feltri e l’Accademia della Crusca. In un suo articolo d’opinione uscito su La Stampa, Mattia Feltri dove criticava l’uso dell’asterisco o dello schwa (/ə/) in luogo di quello che il giornalista chiama “maschile neutro” (che sarebbe un ossimoro, ma andiamo avanti); si fa riferimento a una collaboratrice dell’Accademia, sostenitrice dell’uso dell’asterisco inclusivo, ma che non viene nominata direttamente. A questo punto, l’Accademica della Crusca scrive una nota “focosa” per ribadire che “la persona” (sì, hanno scritto proprio così) a cui si riferisce Mattia Feltri non collabora più con loro da tempo, e che comunque sono d’accordo con lui.
Cosa notate in questa storia? Manca il nome di questa persona: si chiama Vera Gheno, classe 1975, sociolinguista, docente universitaria e scrittrice ungherese naturalizzata italiana con dottorato in Linguistica conseguito presso l’Università di Firenze. Perché non viene nominata MAI? Bellissima domanda, senza una risposta certa. O meglio, possiamo fare delle supposizioni, ma sono talmente brutte che non ci voglio credere. Per toglierle autorevolezza? Da qui a dire che una donna non deve avere opinioni il passo è breve. Per evitare il contraddittorio? Ma se non c’è contraddittorio non c’è pensiero critico. Poteva essere una bella occasione per aprire un dibattito serio e accademico sull’argomento tra i detrattori e i sostenitori dell’uso dell’asterisco inclusivo. Occasione mancata.
Non so se è questo il caso, ma a mio avviso non nominare la persona “incriminata” è sintomo di paura: non ti chiamo direttamente in causa perché ho paura della tua reazione; non ti chiamo direttamente in causa perché ho paura che smonterai la tesi che sostengo; non ti chiamo direttamente in causa perché ho paura di non riuscire a difendermi.
Avere opinioni diverse in linguistica non è reato, né da una parte né dall’altra, ma evitare il dibattito rischia solo di portare conseguenze negative.
Come diceva qualcuno di molto più saggio di me, cioè il Maestro Yoda in Star Wars – La minaccia fantasma “La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza”.
Rossana Pasian
Se vuoi saperne di più…
- “Ciclicamente si torna a polemizzare sull’uso di schwa e asterischi al posto del plurale maschile indifferenziato. Ma perché è così difficile parlarne seriamente? L’abbiamo chiesto alla sociolinguista Vera Gheno” di Chiara Zanini su “The Submarine” https://bit.ly/2DwOcTc
- “Allarmi siam fascistə” di Mattia Feltri su “La Stampa” https://bit.ly/3k1fOAH
- “Perché l’uso egualitario dell’asterisco è una scelta regressiva” di Paolo Mossetti su “The Vision” https://bit.ly/3jRF4JE
- “In Francia si discute di grammatica e ‘scrittura inclusiva’” su “Il Post” https://bit.ly/2Pa8CUD
- “Una scrittura per donne e uomini” di Giulia Zoli su “Internazionale” https://bit.ly/3hUKXny
- La guida dell’Unione Europea “La neutralità di genere nel linguaggio usato al Parlamento europeo” https://bit.ly/3jXBpKi
- Slide della dottoressa Irene Biemmi dell’Università di Firenze per il corso “Donne, Politica, Istituzioni” https://bit.ly/2BKh21Z
- “Siamo quello che diciamo: il sessismo nella lingua” di Jasmine Mazzarello su “Bossy” https://bit.ly/39LHTXW
- “Cos’è lo schwa, e come si pronuncia” su “Il Post” https://bit.ly/31ogbh0