“African Psycho”: quando il male fa ridere e mette a disagio
Grégoire Nakobomayo vuole diventare un grande criminale. Peccato che sia fondamentalmente incapace di concludere qualsiasi cosa. In African Psycho, Alain Mabanckou costruisce un personaggio goffo e inquietante allo stesso tempo, in un romanzo che fa ridere e mette a disagio.

Cosa faresti se il tuo vicino di casa ti confessasse di star pianificando un omicidio? Probabilmente chiameresti la polizia. Ma se quel vicino fosse Grégoire Nakobomayo, protagonista di African Psycho di Alain Mabanckou, probabilmente finireste per ridere insieme, e questo è già di per sé qualcosa di profondamente disturbante.
African Psycho, pubblicato per la prima volta in francese nel 1993 e disponibile in italiano per 66thand2nd, è un romanzo che porta scritto in fronte il suo debito letterario: il titolo richiama esplicitamente American Psycho di Bret Easton Ellis. Ma mentre il Patrick Bateman di Ellis era algido, preciso, quasi meccanico nella sua violenza, Grégoire è tutto il contrario: un groviglio di insicurezze, giustificazioni e fallimenti che si trascina di pagina in pagina senza mai concludere nulla di sensazionale.
Chi è Grégoire Nakobomayo
Grégoire fa il carrozziere in un degradato quartiere di una città della Repubblica del Congo (l’ex colonia francese), ha un’infanzia da trovatello e un aspetto decisamente poco attraente. Potrebbe condurre una vita onesta, ma un pensiero lo ossessiona da sempre: diventare un degno erede del serial killer Angoualima, il suo idolo, il suo Maestro. Il problema è che al suo attivo ha una matita infilzata nell’occhio del fratello adottivo, una martellata sulla testa di un notaio e un tentativo di stupro fallito per problemi di erezione. Niente di sensazionale, insomma.
Quello che colpisce di Grégoire non è la sua pericolosità, perché in fondo non è pericoloso, è soprattutto goffo, ma la sua psicologia. Mabanckou sceglie la prima persona, e questo significa che il lettore è costretto a stare dentro la testa di Grégoire per tutta la durata del romanzo, ad ascoltare le sue giustificazioni, i suoi ragionamenti contorti, le sue elaborate spiegazioni su perché ha il diritto di uccidere. È lì che il libro diventa davvero inquietante: non nelle scene di violenza, ma nel meccanismo mentale di un uomo che si racconta una storia su se stesso e ci crede profondamente.

Personalmente, Grégoire mi ha dato più fastidio che simpatia. La sua incapacità di agire sarebbe quasi comica, e a tratti lo è davvero, se non fosse accompagnata da una tale quantità di autogiustificazioni da risultare alla fine opprimente. È il tipo di personaggio che non ti fa mai rilassare del tutto.
Il Maestro morto che non sa che farsene di lui
Uno degli elementi più riusciti del romanzo è il rapporto tra Grégoire e Angoualima. Nella cultura congolese la morte non è qualcosa di definitivo nel senso occidentale del termine, si festeggiano i divorzi e si ride ai funerali, bisogna sempre essere allegri nei momenti gravi. Non sorprende quindi che Angoualima, pur essendo morto e sepolto, continui a essere una presenza attiva nella vita di Grégoire.
Il problema è che il Gran Maestro, dalla sua tomba nel cimitero dei Morti-cui-non-spetta-il-sonno, non sa che farsene di un allievo tanto inetto, e a ogni visita lo ricopre di insulti. È una delle dinamiche più ironiche del libro: Grégoire cerca ispirazione e guida in un mentore che lo disprezza apertamente. Anche dall’aldilà, non riesce a trovare qualcuno che creda in lui. Queste conversazioni tra il vivo goffo e il morto sprezzante sono tra le pagine più riuscite del romanzo: comiche, surreali, e al tempo stesso genuinamente inquietanti.
Un romanzo africano, non un romanzo sull’Africa
Sarebbe un errore leggere African Psycho come un romanzo esotico o folkloristico. Mabanckou non sta descrivendo un’Africa pittoresca, sta raccontando un’ambizione frustrata che potrebbero stare in molti luoghi del mondo. Il desiderio disperato di esistere, di essere qualcuno, di uscire dall’anonimato è un tema squisitamente universale.
Quello che cambia è la salsa, per usare le parole di Mabanckou stesso, e la salsa africana, dice lui, è piccante. L’umorismo è più noir, il grottesco più spinto, la morte meno tragica e più quotidiana. Il risultato è un libro che fa ridere e mette a disagio nello stesso momento, e che lascia con la sensazione di aver incontrato qualcuno che non dimenticherai facilmente, anche se avresti preferito non incontrarlo.
Buona lettura!
Rossana Pasian
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