Luci e ombre dell’Afghanistan secondo Annemarie Schwarzenbach

Tutte le strade sono aperte è il racconto di viaggio scritto da Annemarie Schwarzenbach che descrive le luci e ombre dell’Afghanistan del 1939. Partita insieme all’amica Ella Maillart con la Ford regalatale dal padre, scoprono un mondo ancora antico ma in cui la modernità si sta insinuando. E le donne, grandi protagoniste perché così diverse dalle due europee in viaggio.

copertina libro

Una volta in viaggio si dimentica il desiderio di sapere, non si conosce più né l’addio né il rimpianto, non ci si chiede più né da dove né verso dove si va.

LAfghanistan è una terra affascinante, piena di storia e cultura; una terra tra “divisa” tra il mondo arabo e quello indiano. Una terra in cui, purtroppo, è praticamente impossibile viaggiare come turisti al momento. Non era così negli anni Trenta del Novecento, quando il mondo era alle porte del secondo conflitto mondiale. Due donne, sole, con un’auto privata, decidono di raggiungere l’Afghanistan per farne dei reportage: sono Ella Maillart e Annemarie Schwarzenbach, la quale scrive un quaderno del viaggio che si trasformerà nel libro Tutte le strade sono aperte, edizione il Saggiatore.

Androgina, lesbica, viaggiatrice e dedica ad alcol e morfina, Annemarie Schwarzenbach è stata scrittrice, fotografa e giornalista svizzera, parte del circolo di intellettuali formato da Erika e Klaus Mann. Dal 1933 partecipa a scavi archeologici in Oriente, e soggiorna varie volte in Siria e Iran. Muore nel 1942, dopo un incidente in bicicletta. Nel 1939 intraprende un viaggio in auto con l’amica Ella Maillart verso l’India, durante il quale attraversano l’Afghanistan.

Le donne di Kabul

La scrittrice parla sognante dei luoghi, del gelo, del gran caldo del deserto, e si innamorato della grandissima ospitalità degli afghani. Ma vive anche lo shock di una donna europea di fronte a una cultura completamente diversa, e a una condizione femminile quasi invivibile per lei.

Parla con alcune di loro e sente paura nella loro voce e nei loro comportamenti. Nel suo viaggio, incontra anche un’europea trapiantata in Afghanistan, che però vive tristemente la sua vita dietro il burqa. Annemarie Schwarzenbach, però, che il progresso avrebbe prevalso; purtroppo, come sappiamo e non ha mai visto la scrittrice, è anche arretrato.

Forse oggi, in Europa, siamo diventati scettici di fronte a parole come libertà, responsabilità, pari diritti per tutti e altro del genere. Ma basta aver visto da vicino questa tetra schiavitù che trasforma creature di Dio in esseri senza gioia, impauriti, per scollarsi di dosso come un brutto sogno il proprio sconforto e dare nuovamente ascolto alla voce della ragione che ci incita a credere ai semplici propositi di un’esistenza degna e umana, e a difenderli.

Kabul

La nostalgia

Altro grande tema del quaderno di viaggio di Annemarie Schwarzenbach è il continuo addio, la nostalgia di luoghi e posti mai fatti davvero propri. Il dolore per dover abbandonare un luogo affascinante, ma che non si è rivelato la terra promessa che alcuni uomini incontrati nel viaggio speravano fosse l’Afghanistan.

Cosa le resterà di questa terra di mezzo, schiacciata tra l’India e le repubbliche asiatiche dell’URSS? Una sensazione, forse, di un’avventura ai confini del sogno.

Dimentico i margini del deserto, il passo Khyber, il troppo-pieno di estraneità. Dimentico, dimentico!

Rossana Pasian

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