“Stupore” di Zeruya Shalev: un’immagine della nascita di Israele ingannevole
Il romanzo Stupore di Zeruya Shalev intreccia vicende familiari e riflessioni psicologiche con la storia della resistenza sionista contro il mandato britannico. Attraverso il personaggio di Rachel, ex combattente e figura centrale nel passato della protagonista Atara, il libro esplora i temi della memoria, dell’identità e dell’amore come scelta consapevole. Tuttavia, numerose critiche hanno evidenziato una narrazione sbilanciata, incentrata esclusivamente sul punto di vista di Israele e priva di un reale confronto con la sofferenza palestinese. In particolare, si segnala una rappresentazione edulcorata della lotta sionista, omettendo gli episodi violenti compiuti dalle milizie ebraiche nel periodo pre-statale. Il romanzo, pur raffinato nella scrittura e nella costruzione psicologica, manca di una riflessione critica più ampia sul contesto storico e politico.

Tuttavia, questa convivenza è complessa e non priva di tensioni.
Stupore è un romanzo di Zeruya Shalev, scrittrice di Haifa (Israele), pubblicato nel 2020. Come molti dei suoi libri, esplora le relazioni umane in modo profondo e psicologico, con una scrittura intensa e introspettiva.
La protagonista è Atara, un’architetta di successo che vive a Gerusalemme. La sua vita sembra stabile, con una carriera affermata e una famiglia costruita con razionalità. Tuttavia, il passato torna a sconvolgerla quando incontra Rachel, l’ex moglie del padre, una donna che ha avuto un ruolo centrale nella sua infanzia e che le svela segreti mai conosciuti. Rachel era una combattente nella resistenza sionista ed è stata il grande amore del padre di Atara, un uomo che ha scelto di lasciarla per costruire una nuova famiglia. L’incontro tra le due donne innesca un viaggio emotivo che porta Atara a mettere in discussione il proprio matrimonio, il rapporto con i figli e l’idea stessa dell’amore e della lealtà.
Temi principali e stile
Nel romanzo, il tema della memoria e dell’identità emerge con forza: il passato, lungi dall’essere sepolto, ritorna con insistenza e costringe i personaggi a confrontarsi con le proprie scelte, a riesaminare la propria vita alla luce di eventi rimossi o mai compresi fino in fondo. A questo si affianca una profonda riflessione sull’amore, inteso non solo come passione travolgente, ma anche come scelta consapevole e talvolta dolorosa. Il romanzo si muove tra questi due poli – desiderio e dovere – mettendo in scena la tensione tra ciò che si sogna e ciò che si decide di vivere. Infine, la storia personale si intreccia inevitabilmente con quella collettiva: le vicende intime dei protagonisti si svolgono sullo sfondo della storia di Israele, e in particolare del periodo della resistenza contro il dominio britannico, creando un legame sottile ma persistente tra biografia e politica, tra l’individuo e la nazione.
La scrittura di Shalev è densa, poetica e intensa, piena di monologhi interiori e riflessioni profonde. Il romanzo è caratterizzato da una tensione emotiva costante, tipica delle sue opere.

Le critiche rivolte al romanzo
Tra le principali critiche rivolte al romanzo, spiccano quelle legate al modo in cui viene rappresentato la resistenza sionista contro i britannici. Molti lettori e studiosi hanno notato che, pur affrontando temi legati alla storia di Israele e al passato militante di alcuni personaggi, la narrazione resta saldamente ancorata a una prospettiva israeliana. Questo sbilanciamento ha fatto emergere una sensazione di parzialità.
Un esempio emblematico di questa dinamica è la figura di Rachel, ex moglie del padre di Atara, che nel romanzo viene ritratta come una combattente della resistenza sionista contro il mandato britannico. La sua storia è narrata con toni intensi e profondi, ma alcuni critici ritengono che vi sia un rischio di idealizzazione, se non addirittura di mitizzazione, di un periodo storico che ha avuto conseguenze drammatiche anche per la popolazione palestinese, un aspetto che il testo tende a trascurare.
Un’altra osservazione riguarda il presente. Nonostante l’ambientazione del romanzo sia l’Israele contemporanea, le tensioni politiche e sociali attuali vengono affrontate solo in modo indiretto. Ciò ha deluso chi si aspettava una riflessione più esplicita e coraggiosa sulle fratture ancora aperte del conflitto.
Infine, alcuni lettori più attenti agli aspetti socio-politici hanno parlato di un’occasione mancata. Pur riconoscendo al romanzo una grande forza nella caratterizzazione psicologica dei personaggi e nelle dinamiche familiari, ritengono che manchi un vero sguardo critico sulla società israeliana. Le questioni morali e identitarie vengono affrontate in chiave individuale, ma raramente vengono inserite in un contesto collettivo o storico più ampio, che permetta di leggere le scelte dei personaggi anche alla luce delle responsabilità politiche e culturali del loro tempo.
Mitizzazione della lotta sionista
Fin qui ho raccontato in modo “asettico” i contenuti e le critiche che ha ricevuto il romanzo. Io ho apprezzato molto lo stile di Zeruya Shalev, di cui non si possono fare altro che elogi. Ma come accennato prima, la modalità con cui viene presentato quello che possiamo definire il nucleo iniziale del conflitto israelo-palestinese mi ha lasciato interdetta. Il romanzo, pur nella sua forza narrativa, sembra adottare un punto di vista univoco sul sionismo, trascurando aspetti più controversi della resistenza armata
Il contesto storico è quello degli anni ’40, quando era ancora in essere la Seconda Guerra Mondiale. La Palestina era ai tempi un protettorato britannico, ma già da fine ‘800 gli ebrei d’Europa sognavano di ricreare lo Stato di Israele nella terra che, prima dell’Impero Romano, era un regno ebraico (quello di cui, in pratica, parla l’Antico Testamento della Bibbia). Questo, insieme a un antisemitismo imperante in Europa dà vita al movimento chiamato Sionismo.
Il termine fu reso popolare da Theodor Herzl, giornalista e intellettuale ebreo austriaco, considerato il fondatore del sionismo politico. Nel 1896 pubblicò Lo Stato ebraico, dove sosteneva che gli ebrei avrebbero potuto vivere in sicurezza solo in uno Stato sovrano. L’anno successivo, nel 1897, fondò il Primo Congresso Sionista a Basilea, in Svizzera, che segnò l’inizio organizzato del movimento. Durante la Prima Guerra Mondiale, il Sionismo ottenne un’importante vittoria diplomatica con la Dichiarazione Balfour (1917), in cui il governo britannico si dichiarava favorevole alla creazione di un “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Questo portò a una crescente immigrazione ebraica, alimentando tensioni con la popolazione araba locale. Dopo la Seconda guerra mondiale e l’Olocausto, il Sionismo acquisì maggiore legittimità internazionale.
Rachel, una delle due protagoniste del romanzo Stupore di Zeruya Shalev, fa un’affermazione che ho subito percepito come falsa.
[…] quando aveva voluto a tutti i costi partecipare alla distruzione del ponte di Naaman, accanto alla ferrovia che collegava Siria ed Egitto, e si erano spaventati sentendo il fischio del treno che si avvicinava in anticipo di un’ora, e si erano precipitati a smontare la carica esplosiva preparata con grande fatica, per rimontarla dopo che il treno era passato. Volevano boicottare le comunicazioni, spiegava ai figli, non uccidere degli innocenti. Vendicare il tradimento degli inglesi, volevano, vendicarsi delle navi dei profughi fuggiti dall’inferno nazista e respinti da qui.
Il fatto che spesso gli ebrei venissero respinti al confine con la Palestina da parte delle autorità britanniche è vero, perché crescevano i contrasti con la popolazione araba locale. Questo alimentò la tensione tra il movimento sionista e Londra, e contribuì alla crescente pressione internazionale per la creazione di Israele nel 1948.
Zeruya Shalev propone una visione che rischia di omettere una parte significativa della realtà storica: la resistenza sionista è stata anche molto violenta, sia contro i britannici che contro gli arabi. Prima dell’istituzione di Israele, gli attacchi più gravi da parte di alcune brigate sioniste (ovviamente, non tutte erano particolarmente violente) sono stati:
- L’attentato all’Hotel King David (1946): Organizzato dalla brigata Irgun, causò la morte di 91 persone, tra cui britannici, ebrei e arabi.
- L’assassinio di Lord Moyne (1944): Ministro britannico per il Medio Oriente, ucciso dalla brigata Lehi.
- Il massacro di Deir Yassin (1948): Condotto dalle brigate Irgun e Lehi contro un villaggio palestinese, con circa 100 morti tra civili.
Una frase del genere, quindi, rischia di edulcorare una realtà molto più complessa e controversa. Come se la narrazione volesse dare un’immagine solamente eroica e pura di una lotta per la terra, che continua ancora oggi.
Altre frasi del romanzo, invece, rimandano al conflitto che è iniziato nel 1948.
[…] fratelli arabi, volete vivere in pace – e va bene. Volete andarvene in pace e ricchezza – e va bene. Se non volete né una cosa né l’altra, andatevene con paura e sgomento.
“Di che ti scandalizzi, anche voi combattevate contro l’occupazione! Anche voi eravate terroristi! Che differenza c’è tra i combattenti per la libertà di Israele e quelli per la libertà della Palestina?” Ma lei [Rachel ndr] questa volta ha cercato di non replicare che si tratta di una differenza sostanziale, che noi non abbiamo mai colpito intenzionalmente degli innocenti.
Quando Rachel afferma che “non abbiamo mai colpito intenzionalmente degli innocenti”, la storia documenta invece episodi come quelli elencati prima, già solo elencando quei tre attacchi, rendendo questo passaggio irrealistico. Sembra come se la scrittrice volesse convincersi e convincere che la resistenza sionista assomigliasse alla “non-violenza” di Gandhi e dell’India. Ovviamente, purtroppo, non è attinente alla realtà storica, che ci racconta di episodi di estrema violenza, a volte anche gratuita.
A questo proposito, per far comprendere quel era la situazione storicamente reale, voglio riportare ciò che viene scritto nella biografia di Winston Churchill, il quale voleva fortemente la creazione dello Stato ebraico.
[…] Oliver Stanley, ministro delle colonie, accusò gli ebrei di Palestina di essere “totalitari, aggressivi ed espansionisti”, perché erano “fissati […] sulla creazione di uno stato ebraico”: “Stanno cercando di gestire uno stato dentro lo stato alla maniera dei nazisti”.
[…] Stanley sottolineò “la differenza tra una patria nazionale ebraica e uno stato ebraico, preteso ormai dagli estremisti”.
[Anthony] Eden descrisse la posizione degli ebrei in questo modo: “Voi levatevi di torno e agli arabi ci pensiamo noi”. [Leo] Amery aggiunse che il governo non poteva “lasciarsi travolgere dagli estremisti ebrei”.
Quando sono state pronunciate queste dichiarazioni era il luglio del 1943, ben lontano dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e ben lontano dalla nascita di Hamas, Hezbollah e il 7 ottobre 2023.
Ora riflettete voi sul post-1948.
Rossana Pasian
Se vuoi saperne di più…
- Andrew Roberts, Churchill. La biografia, edito da UTET
- James Renton, The Zionist Masquerade: The Birth of the Anglo-Zionist Alliance, 1914-1918
- Jonathan Schneer, The Balfour Declaration: The Origins of the Arab-Israeli Conflict
- Norman Rose, A Senseless, Squalid War: Voices from Palestine 1945-1948
- Gabriele Esposito, Sionismo. Storia di un’idea e di un movimento
- Claudio Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese