Miti classici, miti universali: Cesare Pavese

Il mondo “mitologico” di Cesare Pavese è affascinante, soprattutto perché parla della cultura italiana, ancora meglio della cultura campagnola piemontese. Iniziamo questo viaggio dentro la mitologia greca attraverso gli occhi di Cesare Pavese.

La mitologia greca, grazie al suo carattere universale e unificante del mondo contemporaneo, e in particolare del mondo contemporaneo occidentale di cui è la base culturale e per la loro accessibilità contenutistica e linguistica nel mondo europeo, entra anche nell’opera di Cesare Pavese, dai quali viene più o meno nel profondo toccata.

“Il mito classico ha agito e continua ad agire come un architesto fondamentale, vale a dire come un insieme eterogeneo e piuttosto sciolto di racconti e motivi sottoposti alle più svariate pratiche di manipolazione e d’interpretazione” e viene quindi “percepito come un universo remoto, diverso, se non addirittura inaccessibile per il testo contemporaneo”[1].

Mito, per Cesare Pavese, è anche il rito, in particolare quello di fertilità campagnolo; ma contemporaneamente è anche un “racconto sacro appartenente ad una determinata area culturale”[2].

Il mito classico si configura allora come il segno di una data cultura, che ha veicolato un contenuto in un momento preciso della storia umana; la miticità e il valore di quei racconti non hanno lo stesso peso nell’uomo moderno, come invece avevano nell’antichità: al pari dei riti, nel contemporaneo se n’è già perduta la valenza originaria, diventando qualcosa di impossibile da recuperare; “l’altra cosa” scrive infatti Pavese nell’ultimo dei Dialoghi “l’abbiamo perduta./ – Dilla dunque, la cosa./ –  Già lo sai. Quei loro incontri”. Il mondo contemporaneo ha perso il tempo mitologico, come ha perso quello dei riti.

L’unica cosa che può dare un valore mitico nella contemporaneità alla mitologia è la creazione di “miti individuali” come lo stesso scrittore li definisce: “questi miti individuali” sono “i germi di ogni poesia”[3].

La poesia è un collegamento con il mito

“Secondo Pavese”, afferma Givone, la poesia deve ricongiungersi con il mito[4], poiché, la poesia è “l’unica erede del pensiero selvaggio”[5] e quindi l’unica erede del mito classico, infatti Cesare, citando tra l’altro la Harrison, scrive

The element of action re-done, imitated, the element of µίµɛσɩϛ is, I think, essential… Not the attempt to deceive, but a desire to re-live, to re-present (Harrison. Themis. p.43). Non corrisponde al tuo vedere mitico[…]? E in questa mimesi c’è il segreto della poesia. [6]

Ma così facendo, questo “rischiararli, possederli fino in fondo […]vuol dire distruggere, si sa. Questa distruzione ‒ beninteso, è una trasformazione ‒ toglie al mito violato la sua unicità, la sua misteriosa potenza di simbolo creduto. Il mito che si fa poesia perde il suo alone religioso[7]. Il mito immerso nel contemporaneo viene degradato, gli viene tolta la sua aurea sacra e perde la sua essenza originaria.

La sua classicità è quindi il risultato di una filtrazione contemporanea e personale della mitologia, non il frutto di una ricerca oggettiva. Cesare Pavese scrive nel suo diario il 3 giugno del 1943 che “il tuo”, parlando di se stesso, “è un classicismo rustico che facilmente diventa etnografia preistorica”[8]. Preistoria dell’uomo come Vico, ma anche Dialoghi con Leucò in cui il mito greco si presenta agli albori, mentre soppianta il mondo pre-olimpico; ma è anche preistoria dell’individuo, la fanciullezza, poiché la rusticità è qualcosa che arriva dall’infanzia: “piacciono i ruderi di Roma perché […] papaveri e siepi secche sui colli ne fanno cosa dell’infanzia”[9].

La lotta tra antico e contemporaneo

Come l’infanzia, il mito classico, in quanto legato a una realtà specifica è qualcosa di unico e irripetibile, e per questo “è stato innalzato a più riprese a norma e a punto di riferimento per la realizzazione di un discorso che si accosti all’irrazionale e al sacro senza sminuirlo del tutto”[10]. Pavese dice infatti che

il fascino dei miti greci nasce dal fatto che posizioni inizialmente magiche, totemiche, matriarcali, iniziatiche vennero […] reinterpretate, tormentate, contaminate, innestate, secondo ragione, e così ci sono giunte ricche di tutta questa chiarezza e tensione spirituale ma tuttora variegate di antichi simbolici sensi selvaggi.[11]

Ma discostandosi dalle idee dell’antropologia di inizio secolo, nonostante lo scrittore italiano prenda alcuni spunti da essa, specialmente dalla Harrison, “Pavese non applicò fino in fondo o non applicò affatto, nei riguardi dei miti classici, quel metodo evoluzionistico che è tipico della scienza etnologica e in particolare di Frazer”[12]. Ma ciò non toglie che anche per Pavese il mito greco e la civiltà greca nascano da un sostrato primitivo e selvaggio, di cui non scompare il rito di fertilità, lo stesso Pavese citando Nilsson nel suo diario afferma “la terra è da una parte il luogo di riposo dei morti che sono sepolti nel suo seno, dall’altra la datrice della fertilità. Le divinità ctonie appaiono nel doppio aspetto di signore della morte e della fertilità”[13]. Contrapporre queste divinità al mondo olimpico mette in crisi il sistema e apre le porte al mondo contemporaneo, in cui l’essenza del rito non è più afferrabile.

È quello che succede nei Dialoghi in cui il mito greco è palese, riscritto nel contemporaneo che ne dà interpretazioni inedite; essi “nascono dal vagheggiamento del selvaggio – la campagna e il titanismo”[14].

In essi, il lettore vede il passaggio più o meno violento dalla preistoria alla storia, alla stessa maniera per cui gli antropologi vedevano nella creazione della mitologia un’organizzazione razionale dei riti e della cultura, quindi un passo in avanti nell’uscita della civiltà dal primitivo e dalla barbarie. Quest’idea di una successione da un ordinamento titanico a uno olimpico, governato non dai riti ma dalla legge, un passaggio in cui le divinità ctonie si sovrappongono ad altre “nuove” viene preso da Paula Philippson, la quale vede in questo processo “l’esigenza congenita allo spirito umano di portare unità tra la sconcertante moltitudine delle forze e dei fenomeni che la circondano”[15].

Per Cesare Pavese non c’è evoluzione, ma solo una sovrapposizione dei riti che si uniscono formando l’unità culturale cercata dagli uomini antichi; ma il nuovo e l’antico continuano a “lottare” per così dire per sovrastarsi l’un l’altra, come in una lotta tra il conscio e l’inconscio: la mente umana combatte contro “un antico se stesso”, infatti “il mito greco insegna che si combatte sempre con una parte di sé, quella che si è superata, Zeus contro Tifone, Apollo contro il Pitone”[16].

Nel mito greco riscritto da Cesare Pavese, dunque, troviamo l’uomo sempre in lotta con il passato mitico, ma invano: il selvaggio rimane assopito nella sua mente e saprà “sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto”[17]. Nei Dialoghi con Leucò questo antico salta nuovamente fuori, attraverso il processo di “distruzione dei miti”, “che non ha niente di aggressivo ed è piuttosto un processo di incessante sforzo per ridurre a chiarezza i suoi miti […], cioè distruggerli”[18]. Ma allo stesso tempo, Pavese invita il lettore a sforzarsi a interpretare il mito classico nel suo valore attuale, e soprattutto “i dialoghi invitano a dipanare e a mettere a nudo i residui mitici che continuano ad affiorare in un’epoca che crede troppo facilmente di aver superato il mito”[19].

Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.

[1] Bart van den Bossche, “«Dialoghi con Leucò» di Cesare Pavese: un caso di riscrittura del mito classico”, Otto/Novecento, anno XXIV, numero 1 (2000), p. 105.

[2] Bossche, “Il mito classico nell’opera di Cesare Pavese”, in Pietro Gibellini, Humanitas, anno LIV, numero 4 (1999), p. 714.

[3] Cesare Pavese, Il mito, http://www.classicitaliani.it/pavese/pavese_mito.htm, 1950, agg. 2004 [ultima consultazione 6 giugno 2013].

[4] Sergio Givone, introduzione a Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, id., p. XI.

[5] Dei, La discesa agli inferi. James G. Frazer e la cultura del Novecento, Lecce, ed.  Argo, 1998.

[6] Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglieminetti e L. Nay, Torino, ed. Einaudi, 1952 [reprinted 2000], p. 340.

[7] Cesare Pavese, ibid.

[8] Pavese, id., p. 255.

[9] Pavese, id., p. 254.

[10] Bossche, id., p. 724.

[11] Pavese, id., p. 341.

[12] Eugenio Corsini, “Orfeo senza Euridice: i «Dialoghi con Leucò» e il classicismo di Pavese”,  Sigma, numero 3/4  (1964), p. 122.

[13] Pavese, id., p. 335.

[14] Pavese, id., p. 334.

[15] Paula Philippson, Origini e forme del mito greco, Torino, ed. Einaudi, 1949, p. 15.

[16] Pavese, id., p. 341.

[17] Pavese, id., p. 12.

[18] Pavese, id., p. 153.

[19] Bossche, id., p. 734.