La morte per acqua

Dopo averla paventata durante tutte le parti precedenti, ecco che la morte per acqua arriva per davvero nella quarta sezione intitolata proprio Death by Water. Quella che dovrebbe essere una morte purificatrice e di trasformazione verso una nuova vita, diventa qui qualcosa di definitivo. Il passato è cessato e non tornerà.

Nella quarta parte del poemetto, intitolata proprio Death by Water, avviene la tanto annunciata morte per acqua di Phlebas the Phoenician. Fleba è, come già detto, lo stesso mercante di Smyrne Mr Eugenides della sezione precedente, e insieme il one-eyed merchant e il Phoenician sailor delle carte di Madame Sosostris; egli era dunque colui che portava nel Mediterraneo il segreto dei riti di fertilità, ma presumibilmente durante il viaggio muore. Egli è chiaramente un’altra rappresentazione dei fertility gods la cui effige veniva buttata in mare come rito di rigenerazione.

Tutta questa sezione è una ripresa quasi letterale del finale della poesia Dans le Restaurant, componimento poetico in lingua francese scritto dallo stesso T.S. Eliot nel 1920; anche in quest’ultima venne narrato l’annegamento di Fleba il Fenicio. Secondo Serpieri, nella poesia francese il bagno del cameriere si trasforma in “non una morte di purificazione e di riscatto, bensì di punizione e di dolore”[1].

Atto erotico infruttuoso?

In Dans, la punizione era collegata all’episodio di erotismo infantile raccontato dallo stesso cameriere: anche questo episodio viene ripreso in The Waste Land, quando nella prima sezione Eliot aveva raccontato l’episodio del giardino dei giacinti. In entrambi i casi si parla di un’esperienza erotica fallimentare, ma da cui bisogna essere purificati, e la sola via che sembra possibile è la morte.

Quella di Fleba, d’altronde, può essere vista in una duplice maniera: essendo egli un alter-ego di Mr Eugenides, la sua morte ha la stessa funzione di quella in Dans, cioè un atto di purificazione da un atto erotico infruttuoso; oppure, o insieme, la sua morte è la “morte” dei riti primitivi, infatti col suo annegamento egli perde il carico, quindi, come già detto, l’insegnamento dei culti misterici di fertilità, completamente perduti nel mondo contemporaneo.

Il passato è morto

È proprio la sua morte che ci dice che i riti di fertilità non hanno più valore e risultato nel mondo contemporaneo (come già era chiaro quando il corpo sotterrato non sarebbe germogliato più).

La corrente sottomarina che lo travolge non lo trasforma in altro, come accadeva in The Tempest nel canto di Ariel, ma diventa un “apocaliptic vortex”[2] che lo distrugge. La sua morte è definitiva, come ci viene segnalato nell’ultimo verso in cui l’uso del tempo passato ci ricorda ancora una volta che la rigenerazione è impossibile.

Subito dopo, Eliot si rivolge a tutta l’umanità con un avvertimento “perché prendano coscienza del destino che li attende, della morte per affogamento che minaccia non solo la loro esistenza individuale, ma la loro stessa civiltà[3].

Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino

[1] Serpieri, “introduzione”, in T.S. Eliot, La Terra Desolata, a cura di Alessandro Serpieri, Milano, Ed. Rizzoli, 1922 (reprinted 2007), p.133.

[2] John T. Mayer, “The Waste Land: Eliot’s Play of Voices”, in Critical Essays on T.S. Eliot’s The Waste Land, a cura di L.A Cuddy & D.H. Hirsch, Boston, ed. G.K. Hall & co., 1991, p. 274.

[3] Serpieri, id., p. 207.