La donna è sempre altro dall’uomo, come il mare

La donna è sempre altro dall'uomo, come il mare

“’What vexes all men?’ ‘The sea’ […] ‘A woman. He fell in love’” sentiamo nel dialogo di una scena della trilogia di Pirates of the Carribean, durante i quali i personaggi parlano dell’origine della dannazione di Davy Jones. Il dialogo continua con i personaggi che discutono: “’No. I heard it was the sea he fell in love with’ ‘Same story, different versions, and are all true. See, it was a woman, as changing and harsh and untamable as the sea’”1. La donna è il mare quindi, e l’oceano rappresenta qualsiasi donna.

L’acqua è da sempre associata alla donna, alla sessualità femminile e alla maternità. Gaston Bachelard si chiede quale sia la funzione sessuale nella psicologia umana dei corsi d’acqua e risponde “è quella di evocare la nudità femminile”2, e continua affermando che “nel regno dell’immaginazione, gli esseri veramente nudi […] emergono sempre da un oceano”3. Gilbert Durand afferma che “le acque sarebbero […] le madri del mondo”4; o ancora per esempio la psicoanalista francese Marie Bonaparte dice che “il mare rappresenta per gli uomini uno dei maggiori e costanti simboli materni”5. L’acqua è dunque immagine della Grande Madre, l’origine della vita sulla terra.

Ciò nonostante, quando legata alla donna, l’acqua non perde la sua connotazione di elemento originario, come a ricordare il liquido amniotico in cui tutti ci sviluppiamo prima di venire al mondo; infatti per la nostra cultura l’oceano “è l’abisso infemminito e materno che per numerose culture è l’archetipo della discesa e del ritorno alle fonti originali della felicità”6. La morte in acqua da questo punto di vista acquista l’attributo di morte materna, una morte che non è necessariamente di rinascita, ma piuttosto di un ritorno al “pre-nascita”, il luogo dove eravamo necessariamente felici perché la vita vera ancora non era iniziata e le problematiche del mondo sensibile ancora non ci appartenevano. Ecco forse perché il suicidio in acqua è quello che ci aiuta a scomparire completamente, infatti immergersi volontariamente in acqua è un modo per immergerci nuovamente nel grembo materno e ritornare al prima della vita, a prima che esistessimo del tutto, azzerando, almeno nella mente del suicida, il suo passaggio sulla terra, quindi come se non fossimo mai nato.

Un liquido prettamente femminile che viene spesso ricollegato all’acqua è il latte: esso è “l’alimento primordiale, l’archetipo alimentare”7, è infatti la prima bevanda che tutti gli esseri umani assumono appena nati e rimane l’unica fonte di sostentamento per molti mesi. Questo alimento, il più naturale di tutti, rende la donna immagine di nutrice non solo del bambino ma della terra in generale, poiché “l’acqua è un latte […] come un principio eminentemente nutritivo”8. Latte e acqua diventano un elemento solo, uno per nutrire l’uomo e l’altro per nutrire la terra, quindi bevande imprescindibili per il sostentamento alla vita. Il latte, spesso unito al miele, è una bevanda sacra, poiché legata agli schemi del rinnovamento e della nascita: ho mostrato nel secondo capitolo come l’acqua sia un mezzo attraverso cui si passa per rinascere rinnovati, il latte diventa quindi un altro elemento che rappresenta la rinascita ad una nuova vita. Gaston Bachelard dice che “ogni bevanda felice è latte materno”9: come l’acqua ricorda il liquido intrauterino, il latte riporta al periodo felice della vita, se non della pre-vita dell’uomo, quando la sua coscienza del mondo non si era ancora sviluppata.

L’acqua legata alla donna non offre solo immagini positive, ma anche e soprattutto negative poiché la liquidità rimanda al sangue mestruale, quindi all’acqua putrida e sporca, difatti “si può dire che l’archetipo dell’elemento acquatico e nefasto è il sangue mestruale10. Esso è per molte culture, anche quella occidentale, un argomento tabù e porta con sé tutta una serie di divieti per le donne, che ne condizionano la loro vita.

James Frazer offre alcuni esempi in The Golden Bough di abitudini di varie popolazioni e del loro rapporto con il periodo mestruale femminile: ciò che sembra accomunare molte tradizioni è la pratica di segregare le donne dalla vita sociale della comunità durante il sanguinamento mestruale, nel tentativo di “neutralizzare le pericolose influenze che si credono emanare da lei in questo periodo”11. La donna mestruata è dunque impura poiché il mestruo è l’archetipo di una femminilità inquietante e misteriosa per gli uomini; di conseguenza rappresenta l’acqua sfavorevole e oscura, di cui non si riesce a vedere il fondo, quindi il mistero della morte e della vita, e il sangue che scorre dal corpo femminile è minaccioso perché ricorda il sangue che scorre via dalla ferita perciò della vita che esce dal corpo.

Il viaggio in mare ricorda il viaggio finale, quello della morte, che è stata descritta come la prima navigatrice. Esso può avere anche connotazioni materne: chiudersi in una nave significa chiudersi in un posto limitato, sicuro al suo interno e intimo, caratteristiche che appartengono all’utero materno. La barca diviene in questo senso culla, mentre il mare si conferma come madre che accoglie tra le sue braccia i figli; Gilbert Durand afferma che “la barca, anche quella mortuaria, partecipa, nella sua essenza, al grande tema della ninna-nanna materna”12.

La morte in acqua o legata ad essa si conferma essere la più femminile e materna delle morti, riproponendo l’immagine dell’elemento ambivalente, di quello che dà vita ma porta anche alla morte. Questa caratteristica si riflette sulle donne, che diventano personaggi ambivalenti con connotazioni di volta in volta negative o positive, e che vengono viste sia come esseri materni a cui l’uomo vuole tornare, ma anche come spaventosi per la loro sessualità misteriosa. Da qui sono nati concetti e ritratti opposti del genere femminile.

Fino al Novecento inoltrato, le donne venivano viste come esseri umani inferiori all’uomo, privi di personalità completa e incapaci di assumersi responsabilità. Anche i trattati medici, almeno fino al Cinquecento, esprimevano una visione negativa del sesso femminile: il corpo della donna era il corpo mutilato di un uomo a causa della mancanza del pene, e il ciclo mestruale diventa il simbolo di un funzionamento non perfetto. Tra Seicento e Settecento la visione medica cambia e l’anatomia della donna non viene più considerata mutilata, ma con caratteristiche proprie e imprescindibili per la prosecuzione della vita; anche se il corpo e la psicologia femminili continuano ad essere considerati molto più fragili di quelli maschili.

Un’idea, ancora medica, che non cambiò per molto tempo fu quella secondo cui la donna è succube del proprio sesso: l’isteria era una malattia propria delle donne che non avevano rapporti sessuali, poiché era opinione comune che la donna avesse una sessualità più animalesca di quella maschile, mentre l’uomo era in grado di controllare i propri impulsi, la donna non era in grado di limitarsi. Per evitare l’isteria femminile bisognava trovare un marito che piacesse alla donna, la quale era considerata naturalmente portata a desiderarlo come fine ultimo della sua vita; dunque “l’istituzione del matrimonio si basa sul fragile equilibrio della fisiologia femminile”13: il corpo e l’anima della donna sono fragili e i passaggi da un’età della vita all’altra sono pericolosi, è perciò necessario che viva sotto la tutela di uomo che riesca a moderare il suo spirito.

Con l’avvento delle grandi rivoluzioni dell’epoca moderna, prima di tutte la Rivoluzione Francese, le donne partecipano attivamente ai grandi cambiamenti, ma non ricevono alcun merito, anzi la tendenza è quella di riportarle al loro posto quando la situazione politica ritorna alla calma. I conflitti sociali si riflettono sui conflitti tra i due sessi: nel XIX secolo, nell’Inghilterra vittoriana in particolare, prende piede l’idea dell’urgenza fisiologica del desiderio dell’uomo, mentre si perde per le donne l’immagine di una sessualità animalesca, ma permane l’idea di un controllo su di essa. Nasce la contrapposizione, cara alla letteratura, tra la donna angelo e la donna demonio, la prima rappresentata dalla signora sposata, che ha rapporti sessuali esclusivamente col marito e solo per procreare, la seconda dalla prostituta, una donna che è contemporaneamente vittima e colpevole, vittima dell’economia che non aiuta al suo sostentamento, ma colpevole perché soggetto trasgressivo.

La letteratura europea parla delle donne “attraverso il culto reso a un supremo femminile, pura immagine”14, non si parla quindi di donne reali, ma sempre di immagini idealizzate, sia positivamente che negativamente: la donna è un essere da idolatrare come la Madonna, ma contemporaneamente gli uomini ne hanno paura e il suo corpo nudo è sia scandaloso sia desiderato. Devozione, abnegazione e rinuncia rimangono le virtù cardinali della donna dalla quale non può sottrarsi, pena l’essere confinata ai margini della società: l’io femminile si costruisce solamente in rapporto all’altro, cioè l’uomo, un’identità inculcata che ha come preoccupazione primaria le esigenze maschili; non a caso, Anne-Lise Maugue scrive che aspettarsi una devozione senza limiti da parte della donna “va di pari passo, logicamente, con un desiderio di dominio assoluto, percepibile, tra gli altri, attraverso una strana ossessione pedagogica”15. La donna è un essere che, in quanto minorato, va seguito ed istruito, ed è l’uomo che si assume questo compito. La donna è sempre un altro diverso dall’uomo e mai sua pari.

L’unico paese europeo che lascia nelle arti spazio alle donne è l’Inghilterra, dove nei primi anni dell’Ottocento vedono la luce opere di grande peso letterario scritte da donne, come Jane Austen, Emily Bronte, Mary Wollstonecraft Shelley e Mary Wollstonecraft Godwin16; ma queste figure non riescono a portare molto avanti la lotta femminista nel loro tempo, nonostante Wollstonecraft scriva saggi in favore dell’emancipazione. Sarà seguendo le orme di quest’ultima che intorno al 1865 nasce proprio in Inghilterra la Women’s Social e Political Union, donne meglio conosciute con il nome di suffragette che portarono avanti tra Ottocento e Novecento la battaglie per l’emancipazione femminile e soprattutto per il diritto di voto.

Nell’Ottocento e fino alla fine della Belle époque si diffonde, seppur in maniera limitata, l’arte del travestitismo tra le donne, che divenne un modo per poter sfuggire alla rigide regole imposte al sesso femminile e acquistare un’indipendenza che mai si sarebbe potuta raggiungere in quanto donne, oltre che poter sposare la donna amata in caso di omosessualità17; tra l’altro “vestirsi da uomo e scappare per mare o sotto le armi rimase nel corso del secolo la fantasia adolescente più tenace delle diariste inglesi”18.

Il Novecento segna un momento di svolta nella lotta all’emancipazione femminile, ed è soprattutto in Inghilterra che sorgono un gran numero di associazioni femministe che rivendicano primo tra tutti il diritto di voto. Con la Grande Guerra, la maggior parte di queste associazioni si schierano a favore dell’interventismo, nella speranza che le donne possano dimostrare le loro qualità non solamente di casalinghe ma anche di lavoratrici e combattenti. Sorgono reparti esclusivamente femminili degli eserciti, che però mai verranno utilizzati nei campi di battaglia. Le donne sperano di innalzare la loro posizione con la guerra, soprattutto attraverso il lavoro in fabbrica dovendo sostituire gli uomini che sono partiti per il fronte. Ma ciò si realizza solo in parte, poiché non tutte vengono accettate nei posti di lavoro e soprattutto “la guerra rinverdisce i miti della donna salvifica e consolatrice, più di quanto non faccia da banco di prova delle capacità femminili”19.

Nel periodo bellico questa immagine viene personificata nell’infermiera, personaggio dai tratti materni, glorificata dai giornali e dalla letteratura, riportando in questo modo la donna al suo ruolo limitato di moglie e madre. Questo atteggiamento è conseguenza della paura tutta maschile della svirilizzazione dell’uomo, che ossessiona gran parte della letteratura del periodo bellico o post-bellico, i cui protagonisti sono antieroi paralizzati, sterili o mutilati. Sempre su questo genere, una parte della letteratura maschile tratta del complotto femminile contro il potere maschile: i soldati tornati dalla guerra non trovano più la moglie amorevole e sottomessa, ma una donna indipendente che non ha bisogno dell’uomo per portare avanti la sua vita.

In sostanza, la situazione delle donne europee non cambia molto con la Prima Guerra Mondiale, se non con la presa di coscienza da parte delle ragazze giovani di essere in grado di potersela cavare da sole: la guerra ha ucciso molti mariti e fidanzati costringendo le donne a cercarsi altre attività e impieghi per sopravvivere, dimostrando loro che non sono delle eterne minorenni, ma in grado di svolgere i compiti alla pari degli uomini. Ciò non si riflette sul pensiero maschile, che rimane fermo all’immagine della donna angelo o donna diavolo tipica del periodo precedente. L’unica grande conquista in Europa del periodo avviene nel Regno Unito, dove nel 1918 le donne conquistano il diritto di voto, aprendo la strada al riconoscimento anche negli altri paesi20.


  1. Pirates of the Caribbean: Dead Man’s Chest, regia di Gore Verbinski, USA, 2006.
  2. Bachelard Gaston, Psicanalisi delle Acque. Purificazione, Morte e Rinascita, trad. it. M. Cohen Hemsi & A.C. Peduzzi, Como, Red, 2006 (I ed. 1986), p. 44.
  3. Ibid.
  4. Gilbert Durand, Le Strutture Antropologiche dell’Immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, Bari, Dedalo edizioni, 1972, p. 230 (Les Structures anthropologiques de l’imaginaire, Grenoble, Allier, 1960).
  5. Marie Bonaparte citata in Bachelard, Psicanalisi delle Acque, cit., p. 131-132.
  6. Durand, Le Strutture Antropologiche dell’Immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, cit., p. 226.
  7. Ivi, p. 258.
  8. Bachelard, Psicanalisi delle Acque, cit., p. 141.
  9. Ivi, p. 133.
  10. Durand, Le Strutture Antropologiche dell’Immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, cit., p. 94.
  11. James George Frazer, Il Ramo d’Oro. Studio della Magia e della Religione, Torino, Bollati Boringhieri, 2012 (I ed. 1922), p. 708 (The Golden Bough. A Study in Comparative Religion, New York-London, McMillan and co., 1894).
  12. Durand, Le Strutture Antropologiche dell’Immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, cit., p. 252.
  13. Evelyne Berriot-Salvadore, “Il Discorso della Medicina e della Scienza”, in Georges Duby & Michelle Perrot (a cura di), Storia delle Donne in Occidente. Dal Rinascimento all’Età Moderna, Bari, Laterza edizioni, 2009 (I ed. 1991), p. 382 (Histoire des femmes en Occident, Plon, Paris, 1990-1991).
  14. Stéphane Michaud, “Idolatrie Rappresentazioni Artistiche e Letterarie”, in Georges Duby & Michelle Perrot (a cura di), Storia delle Donne. L’Ottocento, Bari, Laterza edizioni, 2009 (I ed. 1991), p. 141.
  15. Anne-Lise Maugue, “’Nuova Eva e Vecchio Adamo’. Identità sessuali in crisi”, in ivi, p.533.
  16. Mary Wollstonecraft Godwin (1759-1797), madre di Mary Wollstonecraft Shelley, fu una filosofa e scrittrice britannica.
  17. Il lesbismo in epoca vittoriana non era totalmente censurato come l’omosessualità maschile: veniva definito “amicizia romantica” e secondo i sessuologi dell’epoca era semplicemente una variante dell’erotismo maschile che vivevano le donne in giovane età non ancora sposate; una volta maritate, si credeva che le ragazze avrebbero perso ogni impulso verso le donne perché proiettate alla loro naturale (o almeno così si pensava) destinazione di moglie e madre.
  18. Judith R. Walowitz, “Sessualità Pericolose”, in Storia delle Donne. L’Ottocento, cit., p. 431.
  19. Françoise Thébaud, “La Grande Guerra: età della donna o trionfo della differenza sessuale?”, in G. Duby & M. Perrot (a cura di), Storia delle Donne. Il Novecento, Bari, Laterza, 2009 (I ed. 1991), p. 41.
  20. In realtà la prima nazione a concedere il suffragio femminile fu la Nuova Zelanda, nel 1893.