“Io sono un gatto”: quando l’ironia diventa filosofia a quattro zampe

Io sono un gatto di Natsume Sōseki è un romanzo che, attraverso lo sguardo ironico e distaccato di un gatto senza nome, trasforma l’osservazione quotidiana in una forma di filosofia leggera e acuta. Il felino, con la sua lucidità non addomesticata, smaschera debolezze e contraddizioni dell’umanità, specchiandone la confusione e la vanità mentre il Giappone moderno cambia.

"Io sono un gatto": quando l’ironia diventa filosofia a quattro zampe

Ci sono libri che ti scelgono con la stessa discrezione con cui un gatto ti sale in grembo: senza chiederti permesso, ma con naturalezza inevitabile. Io sono un gatto di Natsume Sōseki appartiene a questa categoria. Si presenta come un romanzo umoristico, quasi un divertissement, e invece scava nelle crepe dell’esistenza, lasciando “graffi” di consapevolezza ben più profondi di quanto ci si aspetti.

Il protagonista, un gatto senza nome, anzi con la ferma intenzione di non volerne uno, osserva il mondo umano dal basso di un tatami e dall’alto di una lucidità che a noi spesso sfugge. La sua voce è un miscuglio di presunzione e stupore, alterigia felina e misurata compassione. E soprattutto, è una voce che non ha bisogno di essere addomesticata per diventare filosofica.

La trovata di Sōseki è questa: il gatto non spiega mai la sua filosofia, la incarna. E in questo gesto narrativo minimale e potentissimo, il romanzo si fa teatro di una domanda: come si può guardare il mondo senza lasciarsi catturare dal rumore di fondo?

Il narratore risponde con la naturale eleganza di chi non intende partecipare alla corsa quotidiana dell’umanità. La sua è una filosofia di distacco, sì, ma non di indifferenza: osserva gli uomini, li critica, li fraintende, li compatta in categorie buffe o grottesche… eppure, proprio in questo sguardo che non vuole essere “umano”, brilla una comprensione più sottile delle nostre debolezze. Per il gatto di Sōseki la vita è un palcoscenico troppo serio per non essere preso in giro.

Il gatto come specchio dell’essere umano

Il padrone del gatto, un professore mediamente frustrato, eternamente indeciso e ingenuo quanto basta, funge da contraltare umano. Attraverso lui e la sua cerchia di amici, Sōseki mette in scena una modernità che stenta a decollare, un Giappone che inciampa nella propria occidentalizzazione, una società che si osserva allo specchio senza più riconoscersi.

Chi meglio di un gatto può raccontare questo spaesamento? Chi meglio di un animale che non ha bisogno di appartenere a nessun sistema sociale per essere se stesso? Il romanzo diventa così un invito a guardare l’umanità da un gradino di lato, come farebbe un felino che rientra in stanza quando tutti hanno smesso di aspettarlo.

Una risata che apre il pensiero

La bellezza di Io sono un gatto sta nel modo in cui l’umorismo non è mai semplice ornamento. Sotto ogni battuta c’è un ritratto amaro, sotto ogni caricatura un lampo di compassione. Il gatto ride degli uomini, ma raramente con crudeltà: più spesso sembra divertirsi della loro convinzione di essere al centro dell’universo, lui che al centro dell’universo ci si mette solo quando ha voglia di farsi accarezzare.

Il protagonista felino è un filosofo involontario, e proprio per questo credibile. La sua saggezza non deriva da un sistema, ma da un’attenzione radicale al presente, alla quotidianità, alle minuzie che noi esseri umani scavalchiamo sempre di fretta. In questo senso, il romanzo anticipa molta parte della sensibilità novecentesca: diffida dei grandi discorsi, preferisce la microprospettiva, l’osservazione minuta, la filosofia che nasce da un gesto semplice.

Buona lettura!

Rossana Pasian