“L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson: quando la casa è più viva dei suoi abitanti

Hauntingly Beautiful. Foto di Seph Lawless.
Hauntingly Beautiful. Foto di Seph Lawless.

Tra le molte dimore infestate della letteratura gotica, ce n’è una che non smette mai di respirare nel silenzio, di osservare chi entra e, più spesso, di respingere chi osa restare. È Hill House, la casa maledetta al centro del romanzo della scrittrice statunitense Shirley Jackson, L’incubo di Hill House (pubblicato nel 1959, ed edito da Adelphi in Italia), uno dei capolavori più disturbanti e raffinati del gotico moderno.

Shirley Jackson non scrive una ghost story nel senso tradizionale del termine: ci sono porte che si chiudono da sole, scritte sui muri e presenze invisibili, certo, ma il vero orrore non abita tra le mura: abita nelle persone. Più precisamente in Eleanor Vance, la protagonista, che arriva a Hill House in cerca di un posto nel mondo e trova invece l’abisso del proprio inconscio.

La trama è semplice solo in apparenza: il professor Montague, studioso del paranormale, riunisce un piccolo gruppo in una villa isolata e leggendaria per condurre un esperimento. Insieme a lui ci sono Theodora, artistica e carismatica, Luke, l’erede dell’immobile, e Eleanor, fragile e solitaria; verso la fine, si aggiungerà alla compagnia la moglie del professor Montague, anche lei appassionata di paranormale.

L'incubo di Hill House
L’incubo di Hill House

Fin da subito, la casa mostra una volontà ambigua, oscillando tra il soprannaturale e la proiezione mentale. Ma è soprattutto Eleanor a sembrare in sintonia con l’edificio, come se ne fosse attratta, sedotta, infine assorbita.

Jackson costruisce il terrore con eleganza e ambiguità, senza mai spiegare troppo. L’incubo di Hill House è un romanzo che lavora per suggestioni, in bilico tra realtà e allucinazione; seguendo nel vero senso della parola l’insegnamento di “Show, don’t tell” di Henry James. La vera maestria sta nella scrittura: frasi sinuose, ellissi improvvise, ripetizioni ipnotiche che rendono il linguaggio stesso parte del delirio.

Nel cuore del romanzo gotico tradizionale c’è spesso una fanciulla in pericolo, ma in Shirley Jackson la “fanciulla” è già perduta, e il pericolo arriva da dentro. Hill House non è solo scenario, è un personaggio, un’entità consapevole, la manifestazione fisica del trauma e dell’isolamento. Shirley Jackson ci prepara a una narrazione che è anche uno scivolamento nella follia. Jackson non ci dà certezze: ci lascia in una zona grigia, dove il lettore diventa complice, testimone e vittima.

L’incubo di Hill House non è un romanzo da “risolvere”, non c’è un finale certo: è il lettore a scegliere. È un’esperienza da attraversare, inquieti, come si attraversa un corridoio buio. In un’epoca in cui l’orrore è spesso gridato, Jackson sussurra. E quel sussurro rimane nella mente ben oltre l’ultima pagina.

Sono stati prodotti diversi adattamenti di questo romanzo.

  • The Haunting (1963), regia di Robert Wise. Primo adattamento cinematografico del romanzo. Considerato uno dei migliori horror psicologici di sempre, mantiene l’ambiguità e la tensione del libro senza ricorrere a effetti speciali invasivi.
  • Haunting – Presenze (The Haunting, 1999), regia di Jan de Bont. emake hollywoodiano con cast stellare (Liam Neeson, Catherine Zeta-Jones, Owen Wilson). Ricco di effetti speciali ma poco apprezzato dalla critica per aver stravolto la sottigliezza dell’originale.
  • The Haunting of Hill House (2018 – Serie TV Netflix), creazione di Mike Flanagan. Serie in 10 episodi ispirata liberamente al romanzo. Riutilizza nomi e concetti, ma la trama è completamente originale. È diventata un cult per la sua profondità emotiva, l’uso sapiente del terrore e la riflessione sul lutto e il trauma familiare.
  • BBC Radio (1997 e 2005), due versioni radiofoniche trasmesse nel Regno Unito.