Il disastro del volo Air India: quando la verità è vittima del sensazionalismo

E mentre le squadre di soccorso scavavano tra le lamiere e le famiglie iniziavano a piangere, il rumore mediatico cominciava a crescere. Non il rumore dei fatti. Ma quello, più sordo e insinuante, della narrazione alternativa, quelle delle diverse fake news; fino ad arrivare oggi all’insinuazione di un suicidio deciso in cabina di pilotaggio. Senza prove. Senza fonti. Ma con tutto il pathos necessario per farlo esplodere.

Le prime informazioni verificate arrivano dalle scatole nere. Quelle che registrano gli istanti, le voci, le scelte e le assenze. Nessuna registrazione parla di volontarietà. Nessuna manovra deliberata. I comandi di carburante passano da “RUN” a “CUTOFF” senza che nessuno dei due piloti li abbia attivati. Lo dicono i dati. Lo confermano le loro voci: “Perché hai tagliato il carburante?” – “Non l’ho fatto”. Operazione non esattamente che si fa in tre secondi, tra l’altro.

L’indagine è affidata all’AAIB indiana e alla DGCA, con il supporto delle agenzie omologhe americana e britannica, oltre agli ingegneri Boeing e General Electric. E il quadro tecnico emerge con chiarezza inquietante: il microprocessore MN4 dell’Engine Electronic Control ha ceduto. Un guasto noto, documentato in un bollettino FAA dal 2021. Una vulnerabilità mai corretta su questo specifico velivolo.

Il risultato: perdita simultanea di spinta su entrambi i motori. Nessuna possibilità di ripresa. Nessun margine d’errore umano.

Alle 13:38 ora locale (08:08 ora indiana), il volo AI-171 decolla dalla pista 23 dell’aeroporto di Ahmedabad. Pochi secondi dopo il decollo, i piloti inviano un messaggio di emergenza: “Mayday, no thrust, not taking lift”. Il velivolo inizia una perdita di quota e, dopo aver raggiunto una velocità massima di 180 nodi, impatta contro un edificio universitario. Le operazioni di soccorso sono immediate ma drammatiche. La maggior parte dei corpi è irriconoscibile. Solo una persona a bordo sopravvive, il passeggero seduto nel posto 11A.

L’Autorità per la Sicurezza dell’Aviazione Civile Indiana (AAIB) e la Direzione Generale per l’Aviazione Civile (DGCA) avviano subito un’inchiesta, supportati dal NTSB statunitense, dall’AAIB britannico e da tecnici della Boeing e General Electric.

I dati estratti dalle scatole nere rivelano una sequenza precisa:

  • I comandi di carburante (fuel cutoff switches) passano da RUN a CUTOFF pochi secondi dopo il decollo.
  • I piloti non compiono l’azione intenzionalmente. Uno dei due chiede all’altro: “Perché hai tagliato il carburante?”. L’altro risponde: “Non l’ho fatto”.
  • Il microprocessore MN4 dell’EEC (Engine Electronic Control), noto per un difetto strutturale alla saldatura, è stato al centro di un bollettino FAA dal 2021. Non è stato sostituito su questo velivolo.
  • L’errore ha portato a una perdita simultanea di controllo della spinta (LOTC – Loss of Thrust Control).

Il bollettino FAA-2021-0273-0013 raccomandava la sostituzione dell’MN4 a causa di rischi di sicurezza. Specificava che l’accumulo di cicli termici poteva portare alla rottura delle saldature, con perdita di controllo del carburante e spegnimento dei motori. Air India non aveva implementato l’aggiornamento.

Il Ministro dell’Unione per gli Affari interni e la Cooperazione, Shri Amit Shah, visita il luogo dell’incidente dell’aereo Air India che ha avuto un incidente e incontra i feriti sopravvissuti all’incidente all’ospedale di Ahmedabad, nel Gujarat, il 12 giugno 2025. (Di Ministry of Home Affairs (GODL-India), GODL-India, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=167523052)

Quando la realtà è troppo tecnica, troppo lenta, troppo complicata, la scorciatoia del sensazionalismo appare irresistibile. “Pilota suicida”: una frase secca, a effetto, pronta per il titolo, per il click, per la condivisione. È successo nel 2015 con Germanwings ma lì era tragicamente vero. È tornato ora, nel 2025, con AI-171. Quasi a volerci far tornare tutti in quell’incubo.

Testate online, blog, tweet virali: tutti a rilanciare indiscrezioni senza autore. “Fonti anonime”. “Ipotesi investigative”. Nessun documento ufficiale. Nessun elemento concreto. Ma una storia già pronta, con un colpevole facilmente identificabile. Un uomo. Una cabina. Un gesto oscuro.

Eppure il comandante aveva oltre 8.200 ore di volo. Il primo ufficiale più di 1.100. Nessun precedente. Nessuna nota disciplinare. Nessun segnale. Solo una carriera lunga, silenziosa, che stava per concludersi con il pensionamento.

Ma la complessità non è notiziabile. L’errore sistemico, la manutenzione omessa, i componenti difettosi: non fanno rumore. La fiction sì.

Perché le fake news viaggiano più veloci dei rapporti tecnici? Perché non richiedono tempo. Né competenza. Né attese. Bastano pochi ingredienti: paura, indignazione, sospetto. E un volto da incolpare.

Il blackout temporaneo di dati è il terreno fertile dell’immaginazione. Quando la realtà tace, la narrazione inventata prende il sopravvento. Più emozione, meno verifica.

Ma le comunicazioni ufficiali sono chiare. Le hanno diffuse l’AAIB, la DGCA, la FAA, Boeing. Tutti concordano su un punto fondamentale: non ci sono elementi che suggeriscano un gesto intenzionale. La causa dell’incidente è un guasto tecnico. Conosciuto. Non risolto.

Il Governo Indiano, di fronte alla portata della tragedia, ha risposto senza tentennamenti. Ha ordinato controlli straordinari su tutti i 787 e 737 in flotta dell’Air India. Non per cercare colpevoli individuali. Ma per affrontare un rischio sistemico.

L’ICAO ha nominato un osservatore esterno. La trasparenza non è facoltativa. È l’unico modo per ricostruire la fiducia. Il Ministro dell’Aviazione Indiano ha parlato chiaro: nessuna evidenza di suicidio, nessuna concessione al pettegolezzo. Le indagini si basano sui dati, non sulle emozioni.

Eppure la narrazione fittizia persiste. Perché è più semplice, più comoda, più vendibile. Ma questa semplicità ha un prezzo: si chiama disumanizzazione.

Dare credito a una voce infondata significa tradire le vittime. 260 vite spazzate via da un guasto. Non da un gesto. Non da un’intenzione. Da un errore ingegneristico noto, ignorato, rimosso dalle priorità.

Continuare a parlare di suicidio è una forma di negligenza etica. È uno sfregio a chi non può più difendersi. È una distrazione dalla vera domanda: chi ha deciso di non aggiornare quel componente difettoso? Chi ha accettato il rischio?

La verità non è spettacolare. È tecnica, è lenta, è fatta di documenti, non di retroscena. Ma è l’unico terreno su cui può germogliare la giustizia.

Un pensiero per le vittime del disastro dell’Air India, le loro famiglie, amici e persone che volevano loro bene. Siete nei nostro pensieri più dolci.

  • La fonte maggiore di questo articolo è tratto da The Aviation Herald, un sito web in inglese, che pubblica resoconti dettagliati di incidenti e incidenti nel settore dell’aviazione commerciale. È noto per la sua copertura approfondita di eventi relativi alla sicurezza aerea e viene spesso citato nei media internazionali che trattano di incidenti nel settore.