“Grande come l’universo”: storia di una famiglia e dell’Islanda
Grande come l’universo è un romanzo del 2015 di Jón Kalman Stefánsson, scrittore islandese dallo stile particolare. Narra contemporaneamente la storia dell’Islanda, dalla prima metà del Novecento fino agli anni 2000, e la storia di una famiglia e dei suoi demoni.

Siamo tutti disagiati in qualche modo.
Lýðveldið Ísland, Repubblica d’Islanda, è una nazione dell’estremo Nord dell’Europa, un’isola dell’oceano Atlantico settentrionale, tra la Groenlandia e la Gran Bretagna, con una popolazione di soli 366.700 abitanti, di cui quasi la metà vive nella capitale Reykjavík (la sola città di Roma conta 2.873.000 persone circa). Il suo nome significa “terra del ghiaccio”: il suo territorio è formato da vulcani, geyser, ghiacciai, montagne e fiume glaciali. Partita come stato libero nell’874 d.C., vive molte colonizzazioni, vichinga, norvegese, danese, finché non divenne uno stato completamente indipendente nel 1944, più di mille anni dopo l’arrivo dei primi coloni.
Una terra difficile da vivere a causa della sua geografia, ma comunque pregna di storia e cultura. La sua lingua, tra l’altro, è quella che ha subito meno modifiche dai tempi antichi, data la lontananza dell’isola dal resto dei territori europei, anche quelli che la governavano nelle diverse epoche. Non esistono nemmeno dei cognomi, un “figlio di” e “figlia di”. L’Islanda può ventare musica, letteratura e cinema famosi in tutto il mondo, con nomi che tutti riconoscono.
Ed è in questa terra così particolare e affascinante che è ambientato “Grande come l’universo” (Eitthvað á stærð við alheiminn), pubblicato in Italia da Iperborea, di Jón Kalman Stefánsson, uno dei nomi della letteratura islandese. Tutto il romanzo si svolge a Keflavík, città a sud-ovest dell’Islanda, sede di un’importante base militare NATO. Inoltre, tra gli anni Sessanta e Settanta è stata un palcoscenico fiorente della scena musicale islandese, tanto da essere soprannominata bítlabærinn, “La Città dei Beatles”.
La canzone e la poesia più belle che siano mai state composte in Islanda, e tu te ne vai, è per questo che pubblici quei libri assurdi sui dieci modi? Cosa vorresti dire, tra l’altro vendono benissimo. Jakob: Vendono benissimo, da quando in qua è diventato una misura di riferimento, vendere bene! La Coca-Cola vende bene, e allora, è forse fondamentale nelle nostre vite? Una volta componevi versi, scrivevi libri, che fine hanno fatto?
L’Islanda attraverso gli occhi di una famiglia

Ari, Margrét, Jakob, Oddur, Þórður, Lilla… sono alcuni dei membri di questa famiglia, che ci raccontano la storia dell’Islanda dagli anni Trenta fino agli anni 2000. Vediamo gli onnipresenti soldati americani, rimasero fino al 2006, che lasciavano spesso un senso di inferiorità nella popolazione islandese oppure speranza di una vita altrove, soprattutto per le ragazze (alcune di loro, per la vicinanza ai soldati, vengono chiamate “putt*ne degli americani”).
In questa famiglia è imperante il pesce e la pesca: Oddur è il patriarca, il grande marinaio della famiglia; da contraltare sua moglie Margrét, la matriarca (anche se conosciamo le sue sorelle), che ha un animo più letterario (come le sorelle) e vorrebbe che suo figlio Þórður si dedicasse allo studio. Ma la pesca è più importante, secondo molti islandesi sarà lei a trascinare il Paese verso la vera indipendenza, e il ragazzo deve partire. Sarà poi Ari, figlio di Jakob, il figlio più piccolo di Oddur e Margrét, a diventare editore e scrittore, ma senza raggiungere un vero e proprio successo.
Come scrive anche Silvia Cosimini nella postfazione, la famiglia è quasi maledetta da demoni che sono sempre gli stessi: la violenza domestica, i silenzi, l’amore per due persone diverse, la rinuncia alla propria vocazione. Questi demoni, però, sono gli stessi della nazione che sta cercando una propria identità: il mare e la pesca rappresentano la coscienza dell’Islanda e della famiglia di Ari. Un luogo che sta cercando di scrollarsi addosso un’idea di donna antica, l’idea di Dio, un posto che vuole diventare moderno come gli Stati Uniti d’America da cui arrivano i soldati che sconvolgono le vite degli islandesi.
Sono notizie gravi: quindi alla fine dobbiamo rassegnarci ad avere un Dio imperfetto – senza contare che il potere sembra stargli molto a cuore, ed è terribilmente suscettibile ai giudizi, alle critiche, teme di non essere considerato abbastanza forte, vendicativo, puntiglioso, abbaia spaventato alle stelle. Ma se cambiamo il nostro modo di pensare, cambiamo anche Dio.
Chi sta parlando?
Nel lettore, per tutto il libro, resta una domanda latente: chi sta parlando? Sappiamo fin quasi da subito che è legati ad Ari, ma non si comprende bene chi sia. È la sua coscienza? È lui stesso che parla di sé in terza persona? Non è dato sapere, è il lettore che può scegliere chi sia questo io narrante, che conosce benissimo Ari e la storia della sua famiglia.
Ci sono molti salti temporali: durante un capitolo si è negli anni Ottanta, in quello dopo passiamo agli anni Quaranta, poi anni Novanta, e così via. Presente e passato sono una cosa sola, come la famiglia è una cosa sola: non c’è molta differenza, forse, tra il prima e il dopo.
Mi confondo completamente coi fiocchi di neve, tanto che non c’è nulla di più probabile che io non sia mai esistito.
Anche l’utilizzo della punteggiatura è molto particolare (ovviamente con il filtro della traduzione): in qualche momento sembra più un monologo interiore, a volte non c’è differenza, sempre dal punto di vista della punteggiatura, tra discorso diretto e indiretto, come se il discorso fosse ripetuto nella mente dell’ascoltatore. In questo modo, ci si immerge nella mente del narratore e in quello che viene raccontato.
Ora non mi resta che augurarvi buona lettura!
Rossana Pasian
Se vuoi saperne di più…
- Associazione Amici Italia-Islanda: www.islanda.it
- Icelandic Literature Center: www.islit.is
- Informazioni sulla lingua islandese: www.hjartaklukka.wordpress.com