Riti primitivi in T.S. Eliot: il passato oscuro dell’uomo contemporaneo
The Waste Land di T.S. Eliot è forse il poemetto più importante del Novecento: parla dell’uomo contemporaneo, della sua decadenza e della perdita di senso del suo passato fatto di riti primitivi, guardando a un futuro post Prima Guerra Mondiale molto incerto, dove tutte le tradizioni ormai hanno perso di significato. Il passato oscuro dell’uomo contemporaneo è oscuro perché non lo riesce più a vedere bene, o almeno non con gli stessi occhi.

Leggere The Waste Land di T.S. Eliot equivale molto più che per altre opere a mettersi in discussione, a operare uno sforzo su se stessi, non solo per capire cosa l’opera stia cercando di farci vedere, ma anche per sentire quello che l’opera scatena nella nostra mente. Eliot ci propone un viaggio negli Inferi, cioè nelle zone più recondite della nostra mente: come uno psicanalista che cerca di penetrare nel nostro inconscio per aiutarci a risolvere traumi e conflitti, il poeta vuole aprire la nostra mente per farci giungere ai punti più oscuri e nascosti di noi, dove risiedono il passato e gli archetipi che ci portiamo con noi da un mondo dimenticato.
Per tutta l’opera traspare un tema di fondamentale importanza che ritorna ciclicamente, come faceva nella realtà tangibile dei nostri antenati: i riti di fertilità. L’ossimoro che si crea accostando questo tema al titolo dell’opera, ci conduce a un elemento imprescindibile della vita, cioè la morte. La Waste Land, la Terra Desolata, è il luogo dove nulla può più crescere, dove la vita non ha più senso di essere.

L’uomo del passato
Ma non sempre è stato così. Prendendo le mosse dalle opere di Jessie Weston[1] e di James Frazer[2], ai quali Eliot afferma di essere grato[3], l’autore ci mostra com’era concepita la morte nel passato e i riti sacrificali di fertilità a cui erano fortemente legati, infatti “sacrifice, even the sacrificial death, may be life-giving, an awaking to life”[4]. La morte era quindi soltanto il principio, un momento che non segna la fine della vita, ma uno dei passaggi che scandiscono il ciclo perenne di morte-rinascita, il quale è uno degli “archetipi che si trovano al fondo delle buie profondità dell’anima, e queste sono le forme in grado di garantire ordine e unità all’ “immenso panorama di anarchia e futilità’ che è la storia umana”[5]. Da ciò si evince che questo ciclo non è “metafora della vita contemporanea”, ma fa parte dei “contenuti originari che si vuole riscoprire”[6].
Questi contenuti originari fanno parte dell’immenso patrimonio chiamato tradizione, che per quanto riguarda i riti di fertilità non si ferma a quella di un singolo popolo, ma è quello comune a tutta l’umanità. La tradizione può essere recuperata solo dalla poesia, “erede del pensiero selvaggio”[7], essendo l’unica forma che crea un collegamento diretto tra uomo e mondo esterno. Ma non è un recupero ovvio, infatti lo stesso Eliot afferma che essa “cannot be inherited, and if you want it you must obtain it by great labour”[8]; è un percorso che il poeta, e anche il lettore in un certo senso, devono compiere, ma che mai porterà al significato ultimo della poesia e della tradizione.
Nessuna interpretazione possibile
Allora, tornando ai riti, non è possibile nemmeno una loro interpretazione, infatti “in a graduate-student paper intitled ‘The Interpretation of Primitive Ritual’ composed 1912-13, Eliot establishes a dinstiction between fact and interpretation”[9]; per l’autore è più proficua la comparazione, dato che necessita solo del fatto. Importante è accettare il rito come tangible entity[10] che non siamo più in grado di comprendere a fondo, non per una nostra mancanza intellettuale, ma al contrario per il nostro “troppo” sapere: il processo storico-culturale ha caratterizzato l’uomo moderno e portato l’uomo alla Waste Land. Lo stesso Eliot cita ancora nel suo saggio sulla tradizione “The dead writers are remote from us because we know so much more than they did”; questa affermazione vale non solo per la poesia in sé, ma anche per la cultura in toto: “Eliot, as the good comparativist, tears the texts of the ideal order from their original cultural and authorial contexts, so that they lose their old ‘meanings’ as they are fitted into the pyramid whose eye, at top, is Eliot”[11].
Anche Cesare Pavese avrà un’idea simile, quando affermerà nel suo diario “un mito per essere storicamente legittimo va creduto al suo tempo”[12]: il significato originario del mito, o del testo, ha validità nel tempo in cui è nato, successivamente esplode in “molteplici fioriture”[13], che si accavallano e uniscono ai significati passati cambiandoli a seconda del contesto in cui vengono formulati.
Quindi sempre nuove interpretazioni, mai l’interpretazione finale che spieghi il significato che i riti avevano al tempo in cui facevano parte della vita quotidiana dell’uomo. Anzi, quella sarebbe un’operazione “pericolosa”: parlando in Notes[14] delle culture primitive, Eliot dice che lo studioso-antropologo deve viverne l’esperienza, ma non praticarla, poiché “the man who” ad esempio “in order to understand the inner world of a cannibal tribe has partaken the practice of cannibalism, has probably gone too far: he can never quite be one of his own folk again” e aggiunge in nota “Joseph Conrad’s Heart of darkness gives a hint of something similar”[15].
L’orrore, l’orrore…
Infatti, nell’opera di Conrad Kurtz è l’uomo che prende parte totalmente alla civiltà tribale e che non può più far parte della sua gente, portandosi infine alla distruzione. Marlow è invece “un eroe della civiltà occidentale” poiché “come Odisseo ascolta il canto delle sirene ma non può permettersi di seguirne il richiamo”[16]; è colui che, come se seguisse il consiglio di Eliot, non si fa avvincere dalle profondità infernali della mente umana, ma semplicemente le rievoca come nostro passato non più recuperabile, e che perciò viene degradato nel nostro mondo.
Non a caso, forse, Eliot aveva scelto come epigrafe di The Waste Land una citazione di Conrad – “The horror, the horror” – quasi a segnalare un legame con l’opera precedente[17].
Come il viaggio di Marlow era un viaggio negli inferi della società, anche l’opera di Eliot è un invito a scrutare l’oscurità dell’umano, non solo per conoscere la verità, ma soprattutto per “rifondare la cultura”, “far emergere un nuovo ordine” e “rendere il mondo moderno possibile per l’arte”[18].
Cesare Pavese descrive il fare poesia proprio con questa immagine della catabasi, poiché è grazie a essa che il poeta raccoglie i simboli che gli serviranno a costruire la sua opera.
Sarà un discendere nella tenebra feconda delle origini dove ci accoglie l’universale umano, e lo sforzo per rischiararne un’incarnazione non mancherà di una sua faticosa dolcezza. Si tratta di cogliere nella sua estasi, nel suo eterno, un altro spirito. Si tratta di respirarne un istante l’atmosfera rarefatta e vitale, e confortarci alla magnifica certezza che nulla la differenzia da quella che stagna nell’anima nostra o del contadino più umile[19]
Fare poesia e conoscere se stessi attraverso i simboli, prendendo coscienza che tutta l’umanità ha una tradizione simbolica comune. L’autore piemontese sembra quindi molto vicino alle idee di T.S. Eliot riguardanti i riti primitivi, infatti
per quanto distante dalla poetica modernista […], egli vi è accomunato proprio per il costante tentativo di incorporare nei suoi romanzi la dimensione del mito, inteso come modello universale e atemporale di ordinamento dell’esperienza, nonché come richiamo a un’autenticità perduta.[20]
Nell’opera di Eliot questa autenticità perduta porta il poeta a mostrare il passato come viene percepito, usato e trasformato nel mondo contemporaneo, portandolo necessariamente alla sua degradazione e al suo svilimento.
Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino
[1] Jessie Weston, From Ritual to Romance, Cambridge, Cambridge University Press, 1920.
[2] James Frazer, Il Ramo d’Oro, vol. I-II, Milano, Boringhieri, 1973.
[3] “[…] Il libro di Miss Weston spiegherà le difficoltà del poemetto molto meglio di quanto possano fare le mie note […] Verso un’altra opera di antropologia sono indebitato in generale, cioè The Golden Bough; mi sono servito in particolare dei due volumi Adonis, Attis, Osiris. Chiunque abbia dimestichezza con queste opere riconoscerà immediatamente nel poemetto certi riferimenti ai riti della vegetazione”. (T.S. Eliot in T.S. Eliot, La Terra Desolata, a cura di Alessandro Serpieri, Milano, Rizzoli, 1922 (reprinted 2007).
[4] Cleanth Brooks, “The Waste Land: Critique of the Myth”, in Critical Essays on T.S. Eliot’s The Waste Land, a cura di L.A Cuddy & D.H. Hirsch, Boston, G.K. Hall & co., 1991, p. 88.
[5] Fabio Dei, La discesa agli inferi, Lecce, Argo, 1998, p. 341.
[6] Dei, Ibidem.
[7] Dei, Id., p. 336.
[8] T.S. Eliot, Tradition and the Individual Talent, <http://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=444>, 1922, agg. Marzo 2013.
[9] Marc Manganaro, Myth, Rethoric, and the Voice of Authority, New Heaven, Yale University, 1992.
[10] Cfr. Manganaro.
[11] Manganaro, id., p.79.
[12] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Torino, Einaudi, 1952 (riedizione 2000), p. 43.
[13] Cesare Pavese, Feria d’agosto, Torino, ed. Einaudi, 1946 (riedizione 2002), p. 151.
[14] T.S. Eliot, Appunti per una definizione della cultura [trad. Giorgio Manganelli], Milano, Bompiani, 1948 (reprinted 1952).
[15] Eliot, Appunti, id., p. 42.
[16] Dei., id., p. 367.
[17] Verrà poi sostituita su consiglio di Ezra Pound con quella della Sibilla.
[18] Dei, id., p. 341.
[19] Pavese, id., p. 160.
[20] Dei, id., p. 386.