“Fenian” dei Kneecap, tra lingua e identità

La cover dell'album "Fenian" dei Kneecap.
La cover dell’album “Fenian” dei Kneecap.

C’è un gesto che attraversa la storia delle culture minoritarie ed è, in fondo, sempre lo stesso: prendere la parola con cui ti hanno colpito e trasformarla in bandiera. È successo con termini denigratori riferiti a comunità queer, razzializzate, di classe. E succede ora, con Fenian, il secondo album in studio dei Kneecap, trio hip-hop di Belfast che ha fatto della lingua irlandese e della provocazione politica il proprio terreno di battaglia.

Fenian era, nell’Irlanda medievale, il nome dei guerrieri leggendari del ciclo feniano; è poi diventato nell’Ottocento l’etichetta dei rivoluzionari repubblicani irlandesi; ed è infine diventato, nel linguaggio comune nordirlandese, a insulto sprezzante rivolto ai cattolici. Tre strati semantici sovrapposti che i Kneecap scelgono di rivendicare, restituendo dignità a un termine che per generazioni è stato usato per umiliare.

Dopo il successo travolgente del debutto Fine Art e del biopic del 2024, i Kneecap sono diventati un caso politico internazionale: sponsor persi per le proteste pro-Palestina mostrate a Coachella, e un’incriminazione per terrorismo contro uno dei membri, Mo Chara, per aver esibito una bandiera di Hezbollah durante un concerto (accusa poi caduta, ma non prima di aver trasformato il gruppo nell’ennesimo terreno di scontro tra libertà d’espressione artistica e ordine pubblico).

È in questo clima che il disco prende forma. La produzione di Dan Carey abbandona il caos gioioso e sovraccarico del debutto per un suono più controllato, quasi malinconico, che attraversa acid house, trip-hop e dubstep senza mai perdere la spina dorsale hip-hop.

Vista di Belfast, città dell’Irlanda del Nord da cui arrivano i Kneecap (Di Davidwiltonone – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54553675)

Ciò che rende Fenian interessante, al di là della cronaca, è come mette in scena un tema caro a chi si occupa di studi culturali e postcoloniali: la lingua minoritaria come atto politico in sé, prima ancora che veicolo di un contenuto politico. Rappare in irlandese, lingua che il colonialismo britannico ha attivamente cercato di cancellare, non è assolutamente un dettaglio folkloristico, ma una rivendicazione. In questo, i Kneecap si inseriscono in una genealogia lunga, quella dei movimenti di rinascita linguistica come pratica di resistenza, dove riprendersi le parole (letteralmente, l’idioma) coincide con riprendersi la narrazione di sé.

Il brano “Palestine”, con la partecipazione del rapper palestinese Fawzi che canta in arabo, allarga questo discorso oltre i confini irlandesi, tracciando un parallelo esplicito tra colonialismi diversi, una mossa che una parte della critica ha definito il momento più riuscito del disco, un’altra il più divisivo.

Ma la sorpresa vera di Fenian, quella che sposta il disco dal semplice manifesto politico a qualcosa di più stratificato, arriva nel brano che lo chiude. “Irish Goodbye”, con la partecipazione dell’inglese Kae Tempest, è una riflessione intima sulla depressione e il suicidio della madre di uno dei membri del gruppo, il primo vero momento di vulnerabilità dichiarata in una discografia che finora aveva costruito la propria identità sull’irriverenza e sulla provocazione permanente. Chiudere un disco fatto di processi, bandiere e cori da stadio con una domanda sommessa – How come it’s always the best of us that can’t bear to be – è una scelta che dice qualcosa su cosa significhi, oggi, essere insieme simbolo pubblico e persona privata.

di Rossana Pasian