Il mare come luogo ancestrale
Il mare da sempre affascina e terrorizza l’uomo, che da una parte si sente escluso da esso e dall’altra cerca di “domarlo”, prima attraverso riti e preghiere e poi attraverso la propria forza. Ma è anche, soprattutto in letteratura, una metafora del viaggio, della crescita, della trasformazione e dell’immergersi negli abissi del proprio sé.

“Il mare è il luogo del non luogo, dello spazio che non è uno spazio; è il mondo delle paure ancestrali, del sogno, dell’inconscio”[1]. Da sempre il mare possiede una forza di attrazione e allo stesso tempo di repulsione che induce gli uomini ad amare e contemporaneamente a odiarlo. Ogni cultura vede nell’oceano un dio contro cui l’uomo non può vincere: il pensiero va subito a Ulisse che senza l’aiuto di altre divinità nulla avrebbe potuto verso l’ira di Poseidone. Ancora nella religione ebraico-cristiana Dio è anche divinità del mare: nel Salterio, Davide si rivolge a Dio chiamandolo Signore Dio del mare.
La vita e dio stesso derivano dall’acqua: il mare è fonte di cibo, il pescatore diventa simbolo di vita e di rinascita, non a caso Jessie Weston scrive che “the Fish is a life symbol of immemorual antiquity, and that the title of Fisher has from the earliest ages, been associated with Deities”[2]. L’oceano dunque, in questa ottica, è un elemento positivo e benevolo. Ma, almeno fino alla fine del Settecento, esso rimane un elemento ambivalente, uno spazio di vita, ma anche uno spazio di morte: “il mare è stato per secoli, nell’immaginario collettivo, uno spazio che si sottrae alle leggi dell’uomo. Come tale, in grado di suscitare paure e suggestioni simboliche che richiamano la sciagura, il disordine”[3]. L’oceano è regno della vita così come zona di morte.
Il mare come luogo di leggende
Il mare, per il suo mistero e la sua ambivalenza, è da sempre protagonista di miti, leggende e racconti più disparati, non a caso per la maggior parte delle popolazioni e ancora per gli uomini contemporanei occidentali “it had the numinous, phantasmic quality that has helped make it an archetypal symbol for the realms of imagination, representation, and faith”[4]. Il grande numero di leggende che ancora oggi sopravvivono riguardanti fantastici abitanti e mostri del mare derivano presumibilmente da ricordi di antiche mitologie, da errori naturalistici nati a causa della mancanza di mezzi scientifici, e da racconti di marinai che vollero vedere in fenomeni naturali e animali strane creature e fenomeni magici. Secondo le favole e i racconti che si tramando fin dall’antichità, nell’oceano
si trovava la regione delle anime, la dimora di esseri fantastici dal triste aspetto, di divinità tremende, di mostri immani, di spiriti malvagi […] Fu creduto dimora […] dimora di fate e giganti, di animali enormi che cingono la terra, di troll, di sirene, o di misteriose divinità.[5]

Tra i vari esseri fantastici che popolano il mare, le più famose sono certamente le sirene del Mediterraneo e le loro cugine nordiche mermaids: in entrambi i casi, la loro specialità era ammaliare i marinai per poi trascinarli nelle profondità marine. Il loro corrispettivo maschile sono i mermen, più consueti nella mitologia nordica, i quali rapivano le fanciulle della terra per portarle nei loro palazzi situati nelle profondità del mare e farne loro spose. A onor del vero, le leggende sulle sirene sono molto varie e contraddittorie, poiché non sempre vengono dipinte come esseri malvagi, come ad esempio le Haff-fru dell’Islanda le quali prendono per sé i corpi dei naufraghi che non ritornano più in superficie. Un altro famoso mostro marino è il kraken: simile a un’enorme piovra, si diceva potesse raggiungere le dimensioni di un’isola, i cui tentacoli erano in grado di affondare una nave intera senza lasciare scampo all’equipaggio. Suo simile è il leviatano, enorme serpente con il potere di controllare le maree. Infine, sono da citare i fantasmi del mare: sono le vittime del mare, i quali si aggirano in acqua o sulle spiagge lamentando il loro triste destino, oppure appaiono sulle navi uccidendo i marinai; per esempio in Bretagna si pensa che il suono minaccioso del mare sia causato dalle grida di dolore e di spavento dei naufraghi. L’oceano era dunque visto come un luogo, se non un essere vero e proprio, pieno di vita e non silenzioso, governato da leggi e volontà proprie.
Il primo gesto dell’uomo fu quello di ingraziarsi il mare, o meglio la divinità ad esso legato: offrire sacrifici al mare era un modo per assicurarsi rotte senza pericoli, evitare l’affondamento delle navi e delle merci e avere una pesca proficua. Prodigarsi in tal modo per avere il favore di un certo dio e di un certo elemento dimostra che il mare era, anzi ancora è, una fonte di terrore, un elemento verso il quale provare timorosa riverenza: “il mare fa paura quando è calmo, perché la bonaccia blocca le barche a vela anche per giorni e giorni e fa paura quando è agitato, perché di fronte e sopra di esso l’uomo si sente ‘piccolo e fragile’”[6].
Ingraziarsi l’oceano
Gaston Bachelard si chiede se la Morte non sia stata la prima navigatrice. Numerosi sono i miti che vedono come protagonista un traghettatore di anime dei defunti: uno tra tutti Caronte, la cui barca trasporta le anime dal mondo dei vivi a quello dei morti; abbastanza diffusa è, non a caso, l’idea che per raggiungere la terra dei morti bisogna navigare e perdersi nell’oceano. Prima ancora che iniziasse l’epoca delle grandi navigazioni per mare, c’era la convinzione che l’ultimo viaggio dell’uomo dovesse avvenire per mare, dando origine alla tradizione di affidare i morti alle sue acque. Il mare si conferma essere luogo di morte per l’essere umano; infatti “to some minds, the sea even stood as the paradigmatic real populated by the dead”[7]. Il marinaio è un eroe della morte, è colui che entra nel suo reame e la affronta, e se esce vivo da questo duello diverrà un uomo nuovo.
Da questo eroico coraggio deriva un’altra idea, o meglio desiderio, che persiste nella mente dell’uomo: addomesticare il mare, non attraverso i sacrifici per le divinità, ma attraverso la propria forza; “comandare al mare” dice Gaston Bachelard “è un sogno sovrumano. È al tempo stesso una volontà di genio e una volontà di fanciullo”[8]. Sovrumano perché impossibile, quindi tentato solo dai bambini e da chi vuole diventare un uomo sopra gli altri: come afferma Joseph Conrad, nemmeno la tecnologia però può nulla contro le forze della natura che vivono nell’oceano.
Dunque il mare significa anche viaggio, di morte ma non necessariamente. W.H. Auden scrive che “the sea is where the decisive events, the moments of eternal choice, of temptation, fall, and redemption occur”[9]. Il mare può essere visto come un luogo purgatoriale: non è recente né solo cristiana l’idea dell’acqua salvifica, la credenza che essa possa cancellare le colpe degli uomini è diffusa in molti paesi e in molte culture; ad esempio, per Sant’Agostino era ancora da considerare paganesimo la volontà dei libanesi di farsi battezzare in riva al mare, poiché in epoca romana l’acqua già possedeva un’azione purificatrice. L’oceano è dunque un luogo dove si può essere redenti dai propri peccati, come capita all’Ancient Mariner di Coleridge, oppure se ne esca trasformati e maturati come in Conrad: “il viaggio dell’uomo è quindi un morire per rinascere, è la vittoria della vita sulla morte, il suo navigare è il momento magico della rottura di un ordine negativo e una catarsi verso qualcosa di positivo”[10].
Ecco che ritroviamo l’ambivalenza dell’oceano come luogo di morte e di paura, un elemento lontano da noi e che non possiamo controllare, ma allo stesso tempo è attraverso di lui che possiamo rinascere a nuova vita. Il viaggio per mare può essere visto come un viaggio dentro di sé, dentro le radici e il passato oscuro dell’uomo: “the sea or the great waters, that is, are the symbol for the primordial undifferentiated flux […] the sea, in fact, is that state of barbaric vagueness and disorder out of which civilisation has emerged”[11].
Il mare e il “selvaggio” in Joseph Conrad

Ciò si nota soprattutto nelle opere di Joseph Conrad; Fabio Dei ricorda che lo scrittore anglo-polacco
fin dalle sue prime opere, […] è interessato a esplorare quella che chiama (nella novella Falk) ‘la verità assoluta della passione primitiva’: intendendo con ciò una dimensione originaria dell’animo umano, pre-morale e oscura, che si manifesta per l’appunto nei luoghi e nelle culture più distanti dalla modernità occidentale[12].
Nei suoi racconti e romanzi, Conrad vuole mostrare come l’uomo occidentale debba affrontare, attraverso l’incontro con società definite primitive, il proprio passato primitivo ed ancestrale, vedendosi costretto a discendere negli abissi della mente umana per conoscere se stesso.
In The Shadow Line l’esperienza in mare come capitano trasforma il protagonista da ragazzo a uomo. L’incontro con la civiltà asiatica non ha peso su di lui, ma ce l’ha sul vecchio capitano che va a sostituire sulla nave Orient, il quale viene portato alla follia e alla morte, due cose che avranno molta rilevanza sul racconto del giovane. Infatti, “the young captain sees his voyage and his world in archetypal fashion”[13] e tutta la storia può essere letta come un incubo che non può essere compreso sino in fondo: il giovane capitano prende questa avventura come un momento di passaggio tra la giovinezza e l’età adulta, però non comprende la mente del suo predecessore, il quale si è lasciato conquistare dal “selvaggio”.
La necessità di dover governare la nave e di curare i malati manterrà il protagonista di The Shadow Line attaccato alla sua civiltà, salvandolo dalla follia: come scrive T.S. Eliot in Notes, bisogna mantenere un certo distacco verso le culture primitive senza parteciparvi, altrimenti “he can never quite be one of his own folk again”[14]. Come accade a Kurtz in Heart of Darkness, anche il capitano in The Shadow Line è andato oltre e si è addentrato troppo nella conoscenza della civiltà “selvaggia“, arrivando alla follia e alla morte; mentre Marlow e il giovane capitano, forti della distanza che hanno posto tra loro e il mondo esotico, possono ritornare dal loro viaggio sani, anche se cambiati e trasformati.
Testo tratto dalla tesi di laurea magistrale di Rossana Pasian ”Water, water everywhere”: l’acqua in Coleridge, Conrad, Eliot e Joyce, anno accademico 2015/2016, Università degli Studi di Siena.
[1] Giovanni Sole, “Il tabù degli stretti: il mito di Scilla e Cariddi”, in Storia dell’acqua. Mondi materiali e universi simbolici, a cura di V. Teti, Roma, Donzelli editore, 2013, p. 175.
[2] Weston Jessie Laidlay, From Ritual to Romance, Cambridge, Cambridge University Press, 1920, p. 120.
[3][3] Paolo Sorcinelli, Storia Sociale dell’Acqua: riti e culture, Milano, Mondadori, 1998, p. 129.
[4] Samuel Baker, Written on the Water: British Romanticism and the Maritime Empire of Culture, Charlottesville, University of Virginia Press, p. 25
[5] Maria Savi Lopez, Leggende del Mare, Novoli (LE), Elison Publishing, 2015 (I ed. 1894), Kindle edition, cap. 1.
[6] Paolo Sorcinelli, Storia Sociale dell’Acqua: riti e culture, Milano, Mondadori editore, 1998, p.129.
[7] Samuel Baker, Written on the Water: British Romanticism and the Maritime Empire of Culture, Charlottesville, University of Virginia Press, 2010, p. 25.
[8] Bachelard Gaston, Psicanalisi delle Acque. Purificazione, Morte e Rinascita, trad. it. M. Cohen Hemsi & A.C. Peduzzi, Como, Red, 2006 (I ed. 1986), p. 199.
[9] W.H. Auden, The Enchafèd Flood or The Romantic Iconography of the Sea, New York, Random House, 1950, p. 13.
[10] Sole, “Il tabù degli stretti: il mito di Scilla e Cariddi”, cit. p. 177.
[11] Auden, The Enchafèd Flood or The Romantic Iconography of the Sea, cit., p. 6.
[12] Dei Fabio, La discesa agli Inferi, Lecce, Argo, 1998, p. 360.
[13] Anthony Domestico, “The Shadow Line”, in The Modernist Lab at Yale University. https://modernism.research.yale.edu/wiki/index.php/The_Shadow-Line
[14] T.S. Eliot, Notes towards the Definition of Culture, Notes towards the Definition of Culture, New York, Harcourt Brace and Company, 1949, p. 42.