Storie di donne e usignoli: Filomela in “The Waste Land”

In The Waste Land di T.S. Eliot viene ripreso un mito forse poco conosciuto: quello di Filomela, stuprata da Tereo, marito della sorella Procne. Nel mito antico, Filomela viene trasformata in usignolo per poter urlare la sua vicenda; ma cosa succede nel mondo contemporaneo?

usignolo

Un altro mito che ci viene presentato direttamente dall’autore è quello di Filomela. Anche in questo caso, il mito arriva dalle Metamorfosi di Ovidio, in cui si racconta lo stupro di Filomela da parte di Tereo, marito della sorella Procne e re di Tracia; dopo la violenza, Tereo tagliò la lingua della ragazza, affinché non raccontasse a nessuno l’accaduto, ma la ragazza riuscì a scrivere su una tela quanto era accaduto e a consegnarla alla sorella; Procne allora, in collera con il marito, uccise il figlio Iti e glielo servì a un banchetto; alla fine del banchetto, Filomela mostrò al re la testa del figlio e a quel punto Tereo comprese cosa era avvenuto; Ovidio ci dice che subito dopo questa rivelazione, tutti e tre vennero trasformati in uccelli: Tereo in upupa, Procne in rondine e Filomela in usignolo.

In forma di usignolo, Filomela può riavere la voce, una voce che può urlare senza fine la condanna e la sua storia di violenza: “the raped woman becomes transformed through suffering into the nightingale: through the violation comes the ‘inviolable voice’”[1]. Solo attraverso la sofferenza si può giungere a una “metamorfosi redentrice che si ricollega, nella mente del poeta, al ‘sea-change’ shakespeariano”[2]. Brooks ci segnala inoltre che questa metamorfosi “also repeats the theme of the death which is the door to life, the theme of the dying god”[3]; i riti primitivi di fertilità sono dunque sempre presenti, e se ne sottolinea nuovamente la funzione di origine del mito.

“Dirty ears” contemporanee

La violenza consente a Filomela di rinascere a una forma nuova, come in The Tempest cantava Ariel riguardo alla presunta morte di Alonso; ma qui la metamorfosi non avviene in mare, bensì in un luogo lontano da esso e la voce del “nightingale filled all the desert [corsivo di chi scrive]”: l’acqua, ancora, non è portatrice di vita, è la grande assente nella metamorfosi, mentre il fuoco purificatore avvia il meccanismo; Filomela si ritrova in un deserto, una Waste Land in cui continua a gridare.

Nel poemetto, la metamorfosi di Filomela è anche “simbolo […] della degradazione contemporanea del mito”[4], poiché il suo pianto diventa solo “jug jug to dirty ears”. Le “dirty ears” sono quelle del mondo contemporaneo che dell’antico mito non sanno cogliere null’altro se non la violenza cruda dell’atto sessuale, “jug jug”, oltre a essere un modo convenzionale per rappresentare il verso dell’usignolo, è un riferimento onomatopeico all’atto sessuale;

come Ovidio, Eliot attinge all’eros universale, approdando a quella divinizzazione nello scandalo, concessa a pochi spiriti eletti e febbrili, che diventava oggetto di interesse fondamentale negli anni della scoperta del represso e perturbante.[5]

Ciò che rimane nel mondo contemporaneo non è il significato della metamorfosi redentrice di Filomela, ma solo l’atto meccanico del sesso, vera ossessione per l’uomo del Novecento; “il sesso qui è sterile poiché non crea vita né appagamento, ma disgusto”[6]: altri riferimento alla Waste Land sia di Eliot che dell’opera della Weston, dove nulla è più fertile, ma tutto è malato e sterile.

C’è ancora speranza nella primavera

Il mito ritorna nella terza parte del poemetto, citando il Parsifal di Verlaine, con le “et O voix d’enfantes, chantant dans la coupole”: il loro canto riprende i motivi onomatopeici sessuali (“twit” e “jug”) e riaffora la voce di Filomela “so rudely  forc’d” che grida “Tereu”, “the vocative form of Tereus, the ravisher of Philomela, whose cry […] could be heard a san outcry against Tereus”[7], ma non giunge risposta e la sua voce rimane sospesa nel nulla, infatti “il canto dei bambini richiama il canto disperato di Filomela e ripropone quindi il tema di un’altra violazione e di un’altra assenza di significato, ché il suo pianto suona solo come ‘Jug jug jug jug jug jug’ per le orecchie sporche dell’uomo contemporaneo”[8].

L’allusione al mito di Filomela continua anche nell’ultima sezione del poemetto, al verso 428, quando scrive “quando fiam uti chelidon”: Eliot stesso nelle note ci segnala il riferimento, “V. Pervigilium Veneris. Cf. Philomela in Parts II and III”. Il mito compare anche in questo testo latino del II secolo d.C., un componimento poetico dedicato a Venere, dea genitrice e della fecondità. Il passo citato, di cui, Eliot ha variato il verbo da “faciam” a “fiam”, in italiano si può tradurre in “quando sarò come la rondine”: il riferimento non è a Filomela qui, ma alla sorella Procne, che proprio lei in forma di rondine nel componimento latino canta come la dea ordina affinché torni la primavera, “the protagonist is asking therefore when shall the spring, the time of love, return, but also when will he be reborn out of his sufferings”[9].

Infine Smith propone un legame tra Hieronymo, che anch’egli compare alla fine del poemetto, e Filomela: nell’ultimo atto, prima di uccidere il re di Castiglia e suicidarsi, “the old man bites out his tounge […] serving for another allusion to Philomel[10].

Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.


[1] Cleanth Brooks, “The Waste Land: Critique of the Myth”, in Critical Essays on T.S. Eliot’s The Waste Land, a cura di L.A Cuddy & D.H. Hirsch, Boston, G.K. Hall & co., 1991, p. 95.

[2] Alessandro Serpieri in T.S. Eliot, La terra desolata, Milano, ed. BUR, 1922 (reprinted 2007), p. 108.

[3] Brooks, ibidem.

[4] Marianna Pugliese, “La figura mitica di Tiresia nella Waste Land di T.S. Eliot: sterilità ed eros degradato”, in Quaderno del Dipartimento di Letterature Comparate, IV, 2008, http://host.uniroma3.it/dipartimenti/lettcomp/quaderni/2008/Anglistica/Pugliese.pdf, p. 139.

[5] Pugliese, ibidem.

[6] Pugliese, ibidem.

[7] Lawrence Rainey (a cura di), The Annotated Waste Land with Eliot’s Contemporary Prose, New Heaven, Yale University Press, 2006, p. 95.

[8] Serpieri, id., p. 224.

[9] Brooks, ibidem.

[10] Smith, id., p. 136.