L’invito a entrare negli inferi

Il primo personaggio in assoluto che incontriamo all’interno di The Waste Land di T.S. Eliot è la Sibilla Cumana: nell’epigrafe del poemetto, il poeta riprende un passo del Satyricon di Petronio dove si parla di lei. La sua figura è un invito a entrare negli inferi della mente umana, ma rappresenta anche tutte le figure di chiaroveggenti degradanti che si incontreranno successivamente.

Sibilla Cumana – Elihu Vedder

“Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi
in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Σίβνλλα τί ϴέλεις; respondebat illa: άπο ϴανεΐν ϴέλω.”

Il lettore di The Waste Land di T.S. Eliot incontra il mondo classico già nell’epigrafe del poemetto; il primo personaggio che ci viene mostrato è infatti la Sibilla Cumana. Nei tempi antichi, le sibille erano profetesse realmente esistite collocate in diverse località mediterranee, tra cui la più famose era Cuma, vicino a Napoli; si diceva fossero vergini con il dono della preveggenza e ispirate dagli dèi, solitamente da Apollo, e proprio per questa loro supposta vicinanza agli dèi sono sorti attorno a loro e ai santuari numerosi miti e leggende.

Troviamo la Sibilla Cumana nell’Eneide di Virgilio, la quale guida l’eroe verso gli inferi e lo avverte che per risalire nel mondo dei vivi dovrà procurarsi un ramo d’oro da portare a Proserpina, regina dell’Ade: l’epigrafe di Eliot sembra allora non solo un riferimento classico, ma anche un’allusione indiretta a The Golden Bough di Frazer, la cui opera prende il titolo proprio da questo mito virgiliano.

Ma la scena presentata da Eliot non è quella del poema latino, ma è una citazione dal Satyricon di Petronio, romanzo latino licenzioso di età imperiale, che a sua volta riprende la storia della Sibilla da uno dei racconti delle Metamorfosi di Ovidio che narra

promised by Apollo that she could have one wish fulfilled, whatever it might be, she chose to live as many years as the grains of sand she could hold in her hand; but she forgot do choose eternal youth, and was condemned to grow ever older and more shriveled.[1]

Nel banchetto di Trimalcione, dove compare appunto l’episodio, questo racconto è mescolato con le tante assurde e volgari storie che vengono narrate per divertire i commensali e mostrare quelle che pensa siano le sue doti, per esempio “his anecdote [della Sibilla, che lui afferma di aver visto], in other words, is partly a species of braggadocio and may even be a lie, and it is partly an excuse for him to prove that he can speak, as well as read, Greek”[2].

L’episodio del Satyricon compare già in un contesto in autentico, dove i partecipanti vogliono far mostra di una cultura che in realtà non possiedono o che hanno appreso superficialmente, compiendo infatti numerosi errori raccontando le storie non tenendo fede alla versione originale, ma cambiandole volgarmente o per ignoranza; in questo caso “l’errore sta nel fatto che la Sibilla, secondo la leggenda, stava appesa tra cielo e terra in un canestro non in una ampulla[3].

Entrare nella mente umana

Quindi è chiara la funzione dell’epigrafe di Eliot, che da un lato è un invito a entrare, come Enea, negli inferi della mente umana alla ricerca degli archetipi e di ciò che è rimasto nell’oscurità, dall’altro “rimanda al duplice destino del mito e del sacro nella contemporaneità: non si può che raccontarlo di seconda mano e in modo autentico”[4]. Si ritorna al tema che già avevamo affrontato in precedenza: l’uomo contemporaneo conosce i miti e ne percepisce il valore, ma non ha più accesso alla verità che essi portavano originariamente con sé.

Inoltre, la Sibilla è la prima delle figure di chiaroveggenti degradati che compariranno nel poemetto; l’epigrafe è allora una summa di quello che comparirà successivamente, poiché “pone il tema della degradazione, sbarra il futuro, introduce la figura del veggente (poi Madame Sosostris e, soprattutto, Tiresia) che non ‘vede’ più nulla, se non la desolazione volgare del presente”[5].

Le parole della Sibilla, inoltre, ricordano molto le riflessioni di Pavese sul suicidio, sempre vagheggiato già nella giovinezza: nel 1936 scriveva “il mio principio è il suicidio […] che mi carezza la sensibilità”[6], e poi ancora nel 1938 “non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi”[7]; per Pavese il suicidio sarebbe stato la liberazione dal dolore, come qui vorrebbe la Sibilla, che non riesce più a sopportare il suo destino e vorrebbe liberarsi attraverso una morte senza rinascita.

[1] Lawrence Rainey (a cura di), The Annotated Waste Land with Eliot’s Contemporary Prose, New Heaven, Yale University Press, 2006, p. 76.

[2] Rainey, id., p. 75.

[3] Fabio Dei, La discesa agli inferi, Lecce, ed. Argo, 1998, p. 335.

[4] Dei, ibidem.

[5] Alessandro Serpieri in T.S. Eliot, La Terra Desolata, Milano, ed. Rizzoli, 1922 (reprinted 2007), p. 95.

[6] Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Torino, ed. Einaudi, 1952 (reprinted 2000), p . 32.

[7] Pavese, id., p. 95.