“La luna e i falò”: la perdita di senso della campagna

La Luna e i falò è l’ultimo romanzo di Cesare Pavese, quello che lo scrittore piemontese ha goduto di più a scrivere. Anche qui, come nei precedenti lavori di Pavese e in The Waste Land di T.S. Eliot, i miti e i vecchi riti di fertilità si stanno perdendo, soprattutto per quanto riguarda il protagonista, Anguilla, che è uscito dalla realtà campagnola e non riesce più a comprenderla.

La luna e i falò è l’ultima opera scritta nel 1949 e pubblicata nel 1950, quella di cui Pavese dice in una lettera “è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho goduto a scrivere”. La vicenda narra del ritorno di Anguilla dell’America dopo la Seconda Guerra Mondiale al paese dove ha vissuto, presumibilmente Santo Stefano Belbo, in cui ripercorre il ricordo della sia vita da orfano adottato, del suo lavoro alla Mora per una famiglia più agiata e si confronta con il presente, in particolare intreccia uno stretto contatto con la nuova famiglia che vive in Gaminella, la sua vecchia casa, soprattutto con Cinto, il figlioletto storpio del padrone, un suo alter-ego che il protagonista decide di “guidare” verso la vita adulta come l’amico Nuto aveva fatto con lui.

Anguilla ritrova la campagna identica a come l’aveva lasciata anni prima, nonostante la guerra abbia portato qualcosa di nuovo al suo interno, cioè l’evento storico unico, ma questo “è rimotivato dentro il rapporto tra la campagna e la morte, il morire che diventa terra, cioè ripetizione, rinnovamento, e che è insieme un eterno durare […] Tutto cresce, si rinnova, ma nello stesso tempo si ripete, resta immobile”[1].

Il tuono parla… anche qui!

Anche in Cesare Pavese, come in The Waste Land di T.S. Elio, il “tuono parla”, ma per bocca di un prete di campagna. In La luna e i falò al capitolo XII il prelato recita un’omelia per dei repubblichini trovati morti pochi giorni prima, in cui afferma il suo odio e il suo antagonismo verso i partigiani e la risoluzione della guerra appena finita. A queste parole il protagonista si ritrova sconcertato, a metà tra l’essere d’accordo e il rifiuto e, ripensando al suo rapporto passato con la religione e la messa, afferma che “credevo che la voce del prete fosse qualcosa come il tuono [corsivo mio], come il cielo, come le stagioni – che servisse alle campagne, ai raccolti, alla salute dei vivi e dei morti”; per Anguilla, dunque, ciò che il prete del paese affermava era la conferma che “the divine has communicated with the world”[2], il divino inteso qui come la divinità cristiano, ma che è completamente o quasi assimilabile con le altre divinità e con la divinità indù della leggenda tratta dall’Upanishad. Il tuono, anche nell’autore piemontese, non viene più ascoltato, il protagonista si ritrova nell’indecisione se credere alla sua parola oppure non darle più peso, finendo per dire “non bisogna né invecchiare né conoscere il mondo”; questo sarà poi il leitmotiv del romanzo di Pavese, cioè che il distacco dalla campagna e dal primitivo rende impossibile un ritorno ad essi, costringendo l’uomo a cercare un’altra dimensione in cui inserirsi.

La perdita del senso dei miti

Se nei Dialoghi ci trovavamo ancora nella protostoria, in un momento in cui il mito e il selvaggio non erano ancora totalmente perduti, in La luna e i falò al protagonista viene negata la riconciliazione con i luoghi della fanciullezza, “perché ciò che accade nell’infanzia accade una volta per tutte, e non è possibile tentare di recuperarne la memoria”[3]. I riti misterici legati alla luna e ai falò sono per Anguilla un’inutile superstizione, e non riesce a credere che il suo amico Nuto sia certo della loro verità: “-Questa è nuova-, dissi. – Allora credi anche nella luna?- / -La luna-, disse Nuto,- bisogna crederci per forza-”.

Di fronte allo sconcerto del protagonista, Nuto dice che “prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo”; Anguilla allora si rende conto che “anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla”. Ritorna qui il problema della perdita del senso dei miti, la perdita del mito del passato selvaggio e della campagna; “il fatto che Anguilla abbia dimenticato questa verità immutabile sta a significare che i falò dell’infanzia, carichi di significati ancestrali gioiosi e vitali, sono stati sostituiti con falò recanti simboli di morte e distruzione”[4]. I due falò del romanzo sono quello alla casa del Valino, padre di Cinto, e il rogo di Santina.

Il primo viene appiccato da Valino in un momento di disperazione alla Gaminella: viene tutto distrutto e ucciso, l’unico sopravvissuto è Cinto. Le vittime “sacrificate” in questo falò non servono a purificare la terra, ma sono solo elemento di distruzione e aridità che uccide.

Il rogo di Santina ci riporta in modo drammatico alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale e della guerra civile tra fascisti e partigiani combattuta sulle colline delle Langhe: la ragazza viene scoperta a fare il doppio gioco in favore dei fascisti e per questo viene uccisa e immolata sul rogo dai partigiani. La guerra riporta il mondo al selvaggio, ma il sangue versato non ha più una funzione rigenerativa, ma è morte fine a se stessa: “si capisce, dunque, che l’esperienza della guerra non è servita a nulla, che i morti non hanno cambiato la realtà delle fazioni e degli odi discriminanti”[5]. Le parole del prete del paese, per il ritrovamento di due repubblichini morti, ci ricordano che nella campagna nulla cambia, e che un nuovo inizio rituale non più accessibile

La sterilità diventa modo di vivere

Come gli uomini della Waste Land, i langaroli cercano la morte, trovano nella sterilità un modo di vivere. Emblematico è il caso di Silvia, la sorellastra di Santina, che rimasta incinta sceglie di abortire, trovando però la morte. La figura di Silvia richiama tragicamente quella di Lil, personaggi di A Game of Chess: sono due donne diverse, con storie diverse e di luoghi e tempo diversi, ma in comune hanno una scelta dolorosa che porta la seconda al decadimento fisico e morale, la prima alla morte; in entrambi i casi, le protagonista scelgono di diventare corpi sterili, di trasformarsi in una Waste Land in cui viene nuovamente rifiutato l’aprile di rinascita.

Ma come abbiamo notato prima, anche la Storia rifiuta la rinascita; come capitava nel poemetto di Eliot alla fine della Prima Guerra Mondiale in cui le nazioni erano diventate “weak, disfigured and spiritually dessicated”, la nuova Terra Desolata del secondo dopoguerra, nonostante i sacrifici umani come quello di Santina, non rinuncia ai vecchi odi e al sangue, preannunciando un perpetuarsi della violenza.

In questo contesto, Anguilla non riesce a reinserirsi nei luoghi del suo passato, “anche il mito del viaggio, del ritorno alle origini al fine di recuperare identità e significato è caduto, le Langhe sono state perse”[6]. Come il Fisher King in What the Thunder Said, Anguilla si chiede se riuscirà a mettere in ordine nelle sue terre

e cerca di farlo risalendo indietro nel tempo in cerca di un più autentico «ritmo tragico» della vita. ma a sua ricerca ha un esito negativo. Il mito non è più accessibile che come simulacro. La possibilità di ordinare «l’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea» vanno perdute nel rogo di Santa[7]

l’ultima immagine con cui si chiude il libro e con cui appare chiaro al protagonista, al lettore e a Pavese stesso, che la Waste Land del mondo non può più essere salvata e che “i miti […] hanno perso la loro carica simbolica e hanno lasciato lo scrittore in una condizione di abbandono che nemmeno la scrittura potrà più esorcizzare”[8].

Testo tratto dalla tesi di laurea triennale di Rossana Pasian “Dialoghi mitici tra T.S. Eliot e Cesare Pavese”, anno accademico 2012/2013, Università degli Studi di Torino.

[1] Beccaria, “Introduzione”, in Pavese, La luna e i falò, Torino, ed. Einaudi, 1950 (riedizione 2005), p. XI.

[2] John T. Mayer, The Waste Land: Eliot’s Play of Voices, in Cuddy & Hirsch, Critical Essays on T.S Eliot’s The Waste Land, Boston, ed. G.K. Hall & co., 1991, p. 275.

[3] Pierluigi Vaccaneo, Antropologia e psicologia nell’opera e nell’attività culturale di Cesare Pavese, tesi di laurea discussa alla Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Pavia, aa. 2000/2001, p. 182.

[4] Vaccaneo, id., p. 184.

[5] Vaccaneo, id., p. 187.

[6] Vaccaneo, id., p. 179.

[7] Fabio Dei, La discesa agli inferi, Lecce, Argo, 1998, p. 389.

[8] Vaccaneo, id., p. 190.